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4 novembre 2026

Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola in un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità. E vogliamo comunicare quello che sentiamo attraverso l’arte, in ogni sua forma ed espressione, perché i popoli del Mediterraneo possano vivere in armonia.

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Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola in un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità. E vogliamo comunicare quello che sentiamo attraverso l’arte, in ogni sua forma ed espressione, perché i popoli del Mediterraneo possano vivere in armonia.

MedOpenMagazineNewsVerrà il giorno in cui gli scrittori incapperanno nel reato di doping letterario

Verrà il giorno in cui gli scrittori incapperanno nel reato di doping letterario

Quando nello sport una prestazione, grande o piccola, viene smascherata dall’antidoping lo sportivo viene squalificato per un periodo più o meno lungo. Poi, ci sono le memorie difensive, le controanalisi e la sentenza. Il doping sportivo prima ancora che accrescere determinate prestazioni personali deride e raggira chi di quella disciplina è tifoso, perché manca quel principio di lealtà che nello sport prima ancora che nella vita (come se lo sport non appartenesse alla vita o non fosse per molti anche lavoro e quindi fonte di guadagno) fonda i suoi dogmi. Insomma, l’intero sistema che ruota attorno allo sport si sente tradito. Ed è difficile da digerire. E nel doping sportivo rientra anche la slealtà di un calciatore che vende le partite della propria squadra puntando contro di essa, cosa che somiglia molto all’alto tradimento. Su questo aspetto mi torna sempre in mente il caso del giocatore Andrea Masiello, che indossando la maglia del Bari in serie A aveva venduto diverse partite tra cui una nel derby col Lecce, realizzando anche un goffo autogol: pur trascorrendo anni e campionati, i tifosi  baresi non avevano dimenticato, tant’è che il Masiello, in serie B, pur indossando la maglia del SudTirol di Bolzano aveva ottenuto un contratto che lo escludeva dai match contro la sua vecchia squadra, cosa che non gli risparmiava comunque incubi, insulti e accuse.

E ora vengo al dunque. Leggendo l’articolo del giornalista e scrittore Giorgio Ballario, facendo anche tesoro di quanto ci raccontava il direttore editoriale delle collane da edicola della Mondadori, Franco Forte, in un incontro al festival di Bardonecchia, e cominciando ad assistere alla denuncia di casi clamorosi di romanzi scritti con l’aiuto dell’AI, pubblicati da marchi editoriali forti e vincitori anche di premi prestigiosi, mi sorge spontanea la provocazione: non si incorre nel ‘reato’ di doping letterario?

Sì, certo, toglietevi quel sorrisetto sardonico sulle labbra. Certo che non esiste. Ma come nello sport è prima di tutto un reato morale, che mina l’intelligenza e la sensibilità dello sportivo, pardòn del lettore, tradendo quel patto di fiducia non scritto ma che vale più delle Tavole della Legge di Mosè. Quindi, non sarebbe il caso oltre che di smascherare (spesso, nel gergo letterario si dice ‘sputtanare’) ma anche di punire lo scrittore che ricorre all’Intelligenza Artificiale per scrivere un libro (romanzo o saggio che sia, genere che rischia di essere molto inquinato dalle varie app in circolazione)?

Leggevo i commenti sulla bacheca di Giorgio Ballario, dove s’è animata una discussione colma di spunti interessanti. C’è chi obiettava, argomentando che ricorrere al saccheggio di opere altrui è sempre stata una prassi degli autori. Certo che sì, ma nel caso di un saggio sarebbe il caso di citare la fonte, un po’ come quando si stende la propria tesi di laurea, per un romanzo ispirarsi a un’opera di un altro autore dovrebbe significare andare oltre a quella frase che ci ha così affascinato, cambiarla, mutarla, trasformarla, forse rivoluzionarla. Non a caso è difficile se non impossibile trovare un’opera letteraria rifatta da un altro scrittore, mentre è prassi cinematografica e teatrale ricorrere al remake. Torna in mente la lezione di Luciano De Crescenzo: di solito un autore copia, ma quando gli rimorde la coscienza ecco che ammette il frutto della citazione.

Certo, lo scrittore incappa nel doping letterario, dirà qualche purista, anche quando scrive sotto l’effetto di sostanze stupefacenti che ne alterano il suo equilibrio psicologico, che certo non ha lo stesso significato della famosa frase di Ernest Hemingway “scrivi da ubriaco, correggi da sobrio”. E allora che dire di quella pletora di autori che ricorre spudoratamente a un team di ghost writer per stare dietro alle esigenze del mercato o per fare fronte rispetto a una improvvisa amnesia creativa? Anche questo è doping letterario, probabilmente.

Questi ultimi, ma ce ne potrebbero essere tanti altri, sono casi ormai consuetudinari nell’ambiente letterario, un po’ come la pastetta sportiva quando due squadre si accordano per un risultato pur non puntando denaro. Quindi, è pratica scorretta seppure veniale. Però ricorrere più o meno spudoratamente all’AI fa incazzare autori (alcuni, ovviamente quelli che non ricorrono alle app taumaturgiche), editori (che, sentendosi truffati, non lesinano denunce e ritirano libri dal mercato) e soprattutto lettori, che si sentono traditi e che a quel punto preferiscono rifugiarsi in un post di tre righe scritto su Instagram da Rita De Crescenzo (non parente di Luciano) e da Angela da Mondello. Nell’attesa che anche loro scrivano un romanzo a quattro mani con la versione più o meno aggiornata di ChatGPT.

 

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