
Il “mediacidio” a Gaza: come la distruzione dell’informazione protegge il genocidio secondo il rapporto ONU
Nel suo ultimo rapporto intitolato “Truth under the rubble: media in the time of genocide”, la Relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese documenta come la distruzione della verità sia diventata una componente strutturale e integrata del genocidio in corso nella Striscia di Gaza, definendo il fenomeno un vero e proprio “mediacidio”. Na fa un interessante report Altraeconomia.
A partire dal 7 ottobre 2023, le forze israeliane hanno ucciso quasi trecento giornalisti e ne hanno feriti più di quattrocento, prendendo di mira operatori che spesso indossavano giubbotti e caschi contrassegnati dalla scritta “PRESS” o che si trovavano in veicoli e tende chiaramente identificabili. Per giustificare queste esecuzioni, l’esercito israeliano ha sistematicamente etichettato i reporter come terroristi o affiliati ad Hamas sulla base di prove non divulgate o screditate, come accaduto nell’ottobre 2024 con l’accusa a sei cronisti, tra cui Anas al-Sharif, storico corrispondente di Al Jazeera ucciso il 10 agosto 2025 insieme a cinque colleghi in un attacco contro una tenda della stampa nei pressi dell’ospedale Al-Shifa a Gaza City. La violenza ha colpito duramente anche le famiglie degli operatori dell’informazione, provocando la morte di circa 710 familiari di giornalisti e tecnici; l’Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva già lanciato l’allarme nel dicembre 2023, richiamando l’attenzione su casi emblematici come quello di Wael Al-Dahdouh, responsabile di Al Jazeera Arabic a Gaza, che ha perso moglie, tre figli — tra cui il primogenito e giornalista Hamza — e un nipote in due distinti raid aerei. Oltre all’eliminazione fisica dei cronisti, Israele ha aggredito le condizioni materiali della produzione informativa, distruggendo completamente l’81% e danneggiando parzialmente il 12% delle infrastrutture di comunicazione della Striscia, incluse torri per la telefonia mobile e cavi in fibra ottica, causando l’interruzione totale dei servizi per 15 dei 19 fornitori internet locali nel giro di un solo mese.
Sul fronte interno, il panorama mediatico israeliano è asservito a una rigida censura militare e ministeriale che nel 2024 ha registrato il divieto di 1.635 articoli e la censura parziale di altri 6.265, mentre l’anno successivo ha visto il blocco di 753 pezzi e la parziale censura di 4.974 testi, parallelamente all’applicazione della legge della Knesset che ha permesso la chiusura della sede di Al Jazeera in Israele e l’irruzione militare nei suoi uffici in Cisgiordania. Questa repressione si salda a una massiccia diffusione di discorsi deumanizzanti e incitamenti all’odio da parte di figure istituzionali e televisive, come il vicepresidente della Knesset Nissim Vaturi e il conduttore di Channel 14 Shimon Riklin, che hanno esplicitamente invocato la cancellazione di Gaza dalla faccia della terra. L’analisi della Relatrice ONU si estende poi alle principali testate occidentali e alle piattaforme digitali, accusate di riprodurre acriticamente le narrazioni di Tel Aviv, manipolando il linguaggio attraverso indicazioni stilistiche restrittive — come quelle della BBC e del New York Times che impongono di evitare i termini “genocidio” o “territorio occupato” e di limitare l’uso della parola “Palestina” — e amplificando notizie false mai verificate, come il caso dei quaranta neonati decapitati a Kfar Aza, smentito sul campo dagli stessi reporter indipendenti. Nei rari casi in cui i crimini non possono essere occultati, i media internazionali tendono a minimizzare la responsabilità israeliana, come dimostra il titolo della BBC sulla morte di Hind Rajab, la bambina di sei anni presentata come “trovata morta” anziché uccisa dal fuoco delle forze israeliane. In un contesto in cui l’accesso ai reporter stranieri è totalmente interdetto, i social media sono diventati lo strumento essenziale per testimoniare gli eventi, ma aziende come Meta, X e Alphabet hanno applicato severe politiche di moderazione algoritmica, sospendendo centinaia di account palestinesi e censurando circa 38,8 milioni di post su Facebook e Instagram, con un crollo del 77% delle interazioni per le testate palestinesi e tassi di conformità quasi totali alle richieste di rimozione avanzate dal governo israeliano, pari al 99,2% su TikTok e al 94% su Meta. Questa operazione di oscuramento è stata supportata da contratti pubblicitari da 50 milioni di dollari stipulati da Israele con Google e X per diffondere inserzioni multilingue mirate a negare la carestia a Gaza, configurando una strategia globale che Francesca Albanese esorta a contrastare immediatamente, richiamando gli Stati e la comunità internazionale al dovere di proteggere i giornalisti rimasti, preservare le prove dei crimini internazionali e rifiutare un giornalismo che si riduce a mero megafono del potere anziché sottoporlo a esame critico.
Sezione:
MedOpen
Redazione centrale di MedOpen

