
Ripartire dal noir mediterraneo. Si può?
Riflessioni su un genere letterario molto amato dai lettori (e dagli scrittori). Ma è davvero finito come dice Massimo Carlotto oppure ha ancora qualcosa da dire per contribuire a creare un mondo migliore? Possiamo ragionevolmente sostenere che il noir mediterraneo non è stato un movimento letterario del quale un gruppo di autori si sono sentiti parte. Non è stato neppure una scuola omogenea quanto a poetica, scrittura e teoria dello stile. Ma allora che cosa è stato?
Una definizione attribuita a posteriori a un numero significativo di autori di diversi Paesi accomunati da un’idea della funzione della letteratura noir: 1) raccontare le trasformazioni determinate nella società dai processi di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia e di come la criminalità organizzata li abbia utilizzati per infiltrarsi nel tessuto socioeconomico e politico fino a rendere indistinguibile economia legale ed economia criminale, e raccontare le trasformazioni stesse intervenute nel crimine organizzato, a sua volta globalizzato e attore dell’economia finanziaria.
La qualifica mediterraneo si riferisce al fatto che 2) gran parte di questa narrativa ambienta le proprie storie nelle città, nei porti e nei vicoli delle città che affacciano sul mare Mediterraneo, un mare chiuso che costituisce una cerniera tra Occidente e Oriente, Nord e Sud del mondo, e crocevia dei traffici della criminalità organizzata.
Sulla vitalità della letteratura noir (o polar) non mi soffermo, possiamo darla per scontata pur con mille distinguo che riguardano le scelte dell’editoria, i gusti del pubblico e l’arrendevolezza degli autori al mercato (diceva Manguel: gli scrittori scrivono quello che possono e i lettori leggono quello che vogliono; io la spingerei un po’ di più in questa direzione: gli scrittori scrivono quello che vogliono e i lettori leggono quello che possono).
Ma è comunque sulla connotazione geografica che sono nate le maggiori perplessità, a partire dallo stesso autore che ha inventato il termine: Massimo Carlotto.
Secondo Carlotto molte delle narrazioni che rispondono ai criteri di (1) non sono ambientate sul Mediterraneo e questo è sicuramente vero. Inoltre, l’idea d’una koinè letteraria che abbraccia le tre sponde del Mediterraneo (Africa, Asia, Europa) è fortemente messa in crisi dalle politiche ostili dell’Europa nei confronti dei popoli asiatici e africani, da cui l’eccidio di migliaia di uomini, donne e bambini annegati in mare, i lager costruiti nei Paesi di confine a sud e a est col contributo dell’Unione Europea, la politica ostile nei confronti delle Ong che salvano i naufraghi, ecc.
Inoltre, negli ultimi vent’anni abbiamo assistito al fiorire di narrazioni che indagano e approfondiscono aspetti privati, familiari, psicologici dei processi di trasformazione. L’indagine si è spostata dalle organizzazioni criminali all’opera di corruzione dell’organizzazione sociale e politica, ai crimini dei colletti bianchi, agli effetti dell’infiltrazione profonda dell’illegalità nel tessuto civile e nelle relazioni familiari, personali e affettive.
Questo è stato un fattore di arricchimento del sottogenere che, paradossalmente, si è accompagnato a una tensione per rompere la gabbia, contaminare generi e sottogeneri, sempre restando ancorati a una visione della letteratura come veicolo di conoscenza della realtà e non come puro strumento di evasione e intrattenimento.
A partire da queste considerazioni, proviamo ora ad abbozzare una sintesi che includa tutto questo alla luce della fatidica domanda: ha ancora senso, oggi, parlare di noir mediterraneo? E se sì, per indicare cosa: un movimento letterario? Un progetto culturale e politico? Un laboratorio estetico e creativo? Una suggestione artistica?
Un po’ di storia
Gli eventi salienti, gli snodi storici per comprendere il nostro presente possono essere così simbolicamente scanditi:
1) Caduta del muro di Berlino e implosione del socialismo reale (1989), processo di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia, crisi irreversibile degli stati nazione (ricomposizione geopolitica dell’Europa e guerra dei Balcani), inverno demografico dell’Occidente e forte impulso dei processi migratori.
2) Disvelamento della natura di classe della globalizzazione (G8 di Genova, 2001), esplicitazione del conflitto fra Nord e Sud del mondo e acuirsi del fondamentalismo religioso (11 settembre 2001), guerre in Afghanistan e Iraq e fallimento dell’esportazione armata della democrazia (incluse le primavere arabe), sviluppo in Occidente e Medio Oriente di movimenti che rivendicano la parità di genere e nuovi paradigmi nel rapporto uomo-donna.
3) Crisi della globalizzazione, crisi della democrazia occidentale, sviluppo di movimenti nazionalisti e fascisti in Europa e negli USA, recrudescenza degli imperialismi delle grandi potenze, cancellazione del diritto internazionale, corsa agli armamenti, disumanizzazione delle relazioni internazionali (Ucraina, Gaza, Cisgiordania), rivoluzione tecnologica (I.A.) ed esasperazione delle disuguaglianze a livello planetario e nei singoli Paesi.
In tutto questo, il Mediterraneo, mare di confine tra Europa, Africa e Asia, continua a svolgere a livello planetario una funzione centrale, in quanto teatro insanguinato dei processi di cui sopra e delle loro ricadute sulla vita e la morte di milioni di persone (Palestina, Iran, Libano). I rapporti tra le sue sponde sono segnati da conflitti epocali che condizionano l’esistenza dei popoli, il modo di pensare, la sensibilità, l’evoluzione e l’involuzione dei rapporti interpersonali.
L’interculturalità da un lato è ricchezza e dall’altra alimenta conflitti, paure e sentimenti identitari che raggiungono talvolta aspetti di ferocia inaudita. È un intreccio che investe tutti gli aspetti della convivenza umana, dall’economia agli affetti più profondi, dalle norme che regolano i rapporti civili alle relazioni intime, in un contesto contrassegnato da un senso di ineluttabilità, di impossibilità di controllare collettivamente e democraticamente i processi.
La piccola, vecchia e opulenta Europa (anche se afflitta da un crescente impoverimento delle classi lavoratrici e del ceto medio e minata nei suoi meccanismi di tutela sociale che restano comunque i più avanzati al mondo) si sente assediata da popoli che vivono una robusta crescita demografica, povertà estrema, condizioni di vita gravemente compromesse anche dal cambiamento climatico, fame di libertà, persecuzioni etniche, religiose e politiche, ecc. Popoli spesso portatori di culture che si rivelano in forte contrasto con i processi di emancipazione e le idee di inclusione perseguiti in Occidente.
Su queste contraddizioni opera a più livelli l’industria del crimine organizzato, che dal commercio illegale delle armi e della droga, dal traffico di essere umani e dalla tratta delle donne ricava profitti miliardari che poi reinveste nell’economia legale.
Quella che sembra essere caduta, dunque, è l’utopia, accarezzata da Jean-Claude Izzo, di una fratellanza interculturale tra i popoli che si affacciano sul Mediterraneo, in favore di una visione più pessimistica, problematica e conflittuale. Tuttavia, come affermava Manchette, la fine della storia apre la strada alle storie. Se guardiamo alla letteratura crime, è stato così nell’Europa e nell’America degli anni Trenta, quando le dittature hanno schiacciato i fermenti rivoluzionari successivi alla Grande Guerra; nell’Europa e nell’America degli anni Ottanta e Novanta, quando sono cadute le illusioni post-Sessantotto e si è consumata la crisi delle grandi socialdemocrazie; ed è così anche oggi.
Le macerie dell’Europa di Ventotene, presidio ideale di pace, giustizia sociale e accoglienza (pur tra mille contraddizioni, dai Balcani allo strozzamento della Grecia raccontato da Petros Markaris), franano sulle sponde del mar Mediterraneo. Lo snodo di questa catastrofe morale e politica si enuclea in un nome: Gaza. Il blocco della Flotilla è la rappresentazione icastica di uno scacco del pensiero libero e dello spirito etico.
Non si può che partire da lì, ancora una volta dal Mediterraneo.
Sezione:
Bruno Morchio
Scrittore

