Il Manifesto
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Il Manifesto del Mediterraneo: rilanciamo il nostro Mare con la cultura.
Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola come atto di sabotaggio contro un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità.
Siamo donne e uomini del Mediterraneo. Di questo Mare che è ferita e promessa, cerniera fragile tra sponde nemiche e crocevia millenario di storie, di fedi e di vite accatastate. Non siamo spettatori neutrali, ma figli di una geografia di frontiera che oggi sanguina e si sgretola sotto i colpi di una violenza cieca. Rifiutiamo la complicità del silenzio davanti a una catastrofe globale che cancella il diritto internazionale, impone apartheid e militarizza i confini del nostro stesso spazio vitale.
Il Mediterraneo contemporaneo è teatro di conflitti imperialisti, apartheid, politiche migratorie criminali e cancellazione del diritto internazionale. In cui la vita non ha alcun valore.
L’epicentro di questo collasso morale ha un nome: Gaza. Il genocidio, l’annientamento sociale, la punizione collettiva e la disumanizzazione del popolo palestinese sono lo scacco definitivo della coscienza occidentale.
Il blocco e l’abbordaggio militare della Flottiglia della pace in acque internazionali sono l’immagine plastica e brutale di questa catastrofe: lo scacco del libero pensiero e della solidarietà civile disarmata di fronte alla forza delle armi.
Ma la ferita sanguina ovunque: si estende alla guerra totale che incendia il Medio Oriente dal Libano alla Siria fino alle rotte del Mar Nero col conflitto russo-ucraino nel cuore dell’Europa, frana sui lager dei confini balcanici ed esplode nella violenza securitaria e geopolitica che squarcia il Nord Africa, dalle rotte libiche alle barriere militarizzate di Ceuta, teatro di una guerra ibrida. Non sono eventi distanti: sono i pezzi dello stesso disegno di morte e cancellazione dell’umano nel nostro mare.
La continuità del dominio globale. La violenza bellica, coloniale e di frontiera è la prosecuzione logica della violenza quotidiana, statale e domestica. Rifiutiamo la spettacolarizzazione del dolore. Scrivere, creare, significa assumersi la responsabilità politica di fronte ai massacri, smontando le strutture sistemiche che normalizzano la morte.
Città sotto assedio neoliberale. Da Marsiglia a Napoli, da Barcellona a Genova il capitalismo finanziario impone restyling urbani che espellono le classi lavoratrici privatizzando lo spazio pubblico e svuotando l’identità dei quartieri. Al contempo, la composizione della classe lavoratrice e subalterna è sempre più meticciata. Il Mediterraneo è ormai presente nelle periferie delle metropoli occidentali e nei suoi ambiti lavorativi.
In questo contesto, non si può tacere sul cambiamento climatico, tra tropicalizzazione del Mare, incendi di ettari di verde, cemento che avanza, afa asfissiante, che hanno evidenti ripercussioni sociali ed economiche, con una parte delle istituzioni decise a negare anche l’evidenza come urlato ad esempio dal governo Trump, in netto contrasto con i dati trasparenti del Programma Copernicus.
Denunciamo la riduzione sistematica dei migranti a semplici numeri da statistiche, merce anonima da smistare tra centri di detenzione o corpi di scarto da espellere d’ufficio, sfruttati in lavoro nero come fantasmi, privati della benché minima dignità umana.
La mistificazione dell’informazione. Denunciamo un sistema mediatico asservito che decontestualizza la storia e riduce i conflitti geopolitici a scontro tra tifoserie. L’informazione mainstream normalizza l’orrore, cancella le cause strutturali della violenza e manipola il linguaggio trasformandolo in pura propaganda.
Inchiesta femminista sul potere. Lo sguardo femminista è un atto d’accusa contro il controllo dei corpi. Denunciamo la saldatura tra patriarcati plurali, vecchi e nuovi, autoctoni e migranti, che impongono lo sfruttamento economico e sessuale. Il corpo delle donne non è nei cadaveri da contare. Ma è l’origine della propria storia e la radice della propria voce libera. Una voce che oggi è indispensabile nella narrazione.
Ponti aperti contro le fortezze armate. Rivendichiamo le rotte storiche come la Via Appia e i legami transnazionali come vie di civiltà che uniscono l’Occidente al Medio Oriente e al Mar Nero. Abbattiamo la retorica della Fortezza Europa dove proliferano ideologie che si richiamano apertamente al fascismo, nazismo e al razzismo, ripropongono pulsioni suprematiste e intendono praticare soluzioni finali agghiaccianti e antistoriche fondate sulla deportazione di milioni di esseri umani. All’isolamento rispondiamo con ponti aperti e una koinè di liberazione.
Rivolta delle coscienze. La cronaca nera di regime ci satura per anestetizzare lo sdegno e impedire la ribellione. Rivendichiamo la funzione sociale dell’arte e chiediamo di restituire dignità a un mercato sempre più caratterizzato da un intrattenimento da consumo che svilisce il senso più autentico dell’opera, quello che porta alla riflessione, al dibattito, al confronto. Così, ci opponiamo alla ferocia con la sobremesa, il rito politico dell’incontro e del dialogo per disarmare i conflitti e riscoprire l’altro.
La nostra è una chiamata alle armi della parola per la libertà, la convivenza e la giustizia sociale.
Abbattere il muro del silenzio è il primo atto per restituire valore alla vita e alla bellezza. Per dire che ci siamo. Noi, donne e uomini di questo Mediterraneo devastato da una barbarie che ha aperto un terribile capitolo nella storia dell’umanità, finalmente pronti a esibire il documento ideale di essere tutti cittadini e cittadine del mediterraneo.
La catastrofe e la letteratura. In mezzo a queste macerie materiali ed etiche, la letteratura, il cinema, le arti non possono essere intrattenimento o evasione, ma un impegno militante. La sola arma per squarciare le ipocrisie del potere, svelando la complicità tra turbo capitalismo estremo, finanza globale e criminalità organizzata. In questo contesto ci siamo domandati se davvero, ad esempio, il noir mediterraneo sia da considerarsi una stagione di sperimentazione letteraria definitivamente conclusa. Non è forse il Mediterraneo il luogo nevralgico dove i conflitti tra Occidente, Oriente e Sud del mondo precipitano in un vortice ciclonico che ne fa una delle zone più calde del pianeta, dove le contraddizioni fra civiltà, culture, paure e aspirazioni dell’umanità si incontrano e si scontrano in una pluralità di narrazioni vere e false, pubbliche e private, che investono ogni ambito della vita umana: dalla semplice sopravvivenza al lavoro, alla famiglia, ai rapporti tra uomini e donne e tra le generazioni, alla cultura, ai diritti sociali e politici, alle credenze politiche e religiose, alla vita privata e intima delle persone, per l’intera parabola dell’esistenza, dal nascere al morire. Quindi non una voce, ma tante voci possono raccontare questa “area calda” che costituisce la culla della nostra civiltà, dove sono nati i numeri, il diritto, la filosofia, dove si sono sviluppate le lingue che ancora oggi plasmano il nostro pensiero.
Abbattere il muro del silenzio è il primo atto per restituire il valore alla vita e alla bellezza. Noi, donne e uomini di questo Mediterraneo, devastato da una barbarie che ha aperto un terribile capitolo nella storia dell’umanità, vogliamo dire che ci siamo e che abbiamo una voce.

