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4 novembre 2026

Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola in un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità. E vogliamo comunicare quello che sentiamo attraverso l’arte, in ogni sua forma ed espressione, perché i popoli del Mediterraneo possano vivere in armonia.

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Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola in un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità. E vogliamo comunicare quello che sentiamo attraverso l’arte, in ogni sua forma ed espressione, perché i popoli del Mediterraneo possano vivere in armonia.

MedOpenMagazineNewsCondannati alla povertà. Puniti per un crimine non commesso

Condannati alla povertà. Puniti per un crimine non commesso

Sono stati puniti per un crimine non commesso. Condannati alla povertà. Nei paesi del Mediterraneo parliamo di circa  70 milioni di persone indigenti.

Nella sponda Nord, quella dell’Unione Europea, si superano i 26 milioni di individui a rischio. In quella Sud siamo oltre i 34 milioni. Il dato più drammatico riguarda l’Egitto con oltre 30 milioni. Mentre nella sponda Est, il Medio Oriente, a causa dei conflitti  e del collasso economico non esistono dati aggiornati, ma le agenzie Onu stimano che  oltre l’80% della popolazione locale si trovi oggi in condizioni di povertà multidimensionale o dipenda totalmente dagli aiuti umanitari.

In alcuni contesti, come quello europeo, vengono definiti “invisibili”. Un aggettivo che dovrebbe indurci a qualche domanda. Prima fra tutte: perché non li vediamo? Chi è povero può nascondersi dietro la dignità. Chi è povero si vergogna. Chi è povero è senza voce. Chi è povero diventa protagonista solo commettendo un crimine perché non ha nulla da perdere.

Perché non li vediamo? Possibile che siamo vittime di una cecità che ci offusca lo sguardo su donne, uomini, giovani, bambini che vivono questa sofferenza? Nella sponda Nord del Mediterraneo il problema si concentra sull’inadeguatezza di un welfare incapace di intervenire sulla perdita di potere d’acquisto dei salari.

Questo mentre all’inverno demografico che affligge l’Europa mediterranea si contrappone Nord Africa e Medio Oriente caratterizzati da una popolazione giovanissima estromessa dal mercato del lavoro e quindi costretta alla migrazione.

Ma cerchiamo di capire chi è il povero di questo terzo millennio.

Se ci limitiamo a immaginarlo soltanto come un individuo che non riesce a sfamarsi siamo fuori strada. Perché il crimine che si consuma sulla pelle degli esseri umani è ridurli in condizione di fragilità nonostante un lavoro. Questa è la grande trappola del nostro tempo, quella che gli esperti definiscono gig economy, che significa lavorare ma non avere uno stipendio sufficiente per pagare un affitto o le bollette. Ricordava qualche giorno fa Michele Santoro in un suo intervento televisivo che suo padre, macchinista delle ferrovie, era riuscito a far laureare i suoi quattro figli. Oggi non sarebbe possibile. Da qui la crisi della natalità e tutto ciò che deriva da situazioni di vita agra punteggiate da una sofferenza umana che in moltissimi casi sfocia nello stress da sopravvivenza, assenza di controllo sulla propria vita che induce all’isolamento, rinuncia alle cure per mancanza di disponibilità economica, alimentazione di bassa qualità. Un circolo vizioso che facilmente si trasforma in malattia mentale.

Ma l’aspetto più inquietante  è quello dei media. I fruitori del bombardamento si nutrono di delitti, casi giudiziari. La cronaca nera è il tema principe degli ultimi decenni con un crescendo che ha il potere di offuscare ciò che c’è dietro: la lettura sociale della realtà.

Ecco che  il povero è condannato all’invisibilità. Perché è un disturbatore del circo proposto dalla istantocrazia che amplifica solo il rumore.

Punito al silenzio. In cui si consumano esistenze che della vita conoscono solo il peggio.

 

 

 

 

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