
Quell’appello sentimentale per una nuova koinè mediterranea
Quando mi chiama Stefania Nardini per lanciarmi un appello accorato sul Mediterraneo sono lontano. Sto percorrendo la Ruta 3, la lama d’asfalto che congiunge Buenos Aires a Ushuahia. Sì, sono dall’altra parte del mondo ma recepisco il grido in stile May-day. È però, soprattutto, un urlo di sensibilità. Così smetto di perdermi tra trecce di nuvole ovattate stagliate su un cielo morbido e in un attimo mi aggredisce la suggestione di zagare umide, rosmarino pestato e lentisco affumicato. E mi pare anche di sentire il tonfo delle onde che vengono risucchiate dopo che sono andate a sbattere sulle pareti rocciose. Stefania sa che il Mediterraneo è dentro di me, dentro ognuno di noi, dentro coloro che sono capaci di guardare oltre la linea dell’orizzonte marino.
Fare qualcosa per il Mediterraneo, chiede. Per questa terra magnifica. Anzi, per questo mare circondato dalle terre. Per questo mare chiuso che ha visto nascere e svilupparsi la civiltà: le lingue, il diritto, i numeri, la filosofia, il teatro, la letteratura. E poi la scultura. Fare qualcosa per il Mediterraneo, dicevamo: per chi ha la vista tridimensionale significa fare qualcosa per un microcosmo che microcosmo non è, si traduce nell’andare oltre le colonne d’Ercole. Partendo dal basso, coinvolgendo tutti e tutte, in modo trasversale, senza confini e spogliati da identità politiche, partitiche, religiose, etniche e via discorrendo.
È forse un urlo più di sopravvivenza che di speranza quello che ci rimbalza Stefania, ma è un appello alle coscienze, così lo avverto sin dal principio. Lo faccio mio. Chi dice che fa arte, scrivendo, recitando, pitturando, componendo musica, ballando e cantando, non può non rimanere insensibile rispetto ai grandi crimini e alle grandi tragedie che si consumano davanti ai nostri occhi e ai nostri cuori, che restano sempre tesi alla ricerca di qualcosa in nome della divina curiositas. E forse sono gli uomini e le donne di buona volontà, ripeto, partendo dal basso, che hanno il dovere di pungolare e stimolare chi sta un gradino più in alto fino ad arrivare tenacemente, piolo dopo piolo, ai potenti della Terra, a denunciare con una voce sempre più forte quelle storture che appartengono a una politica sempre più miope e sempre più avida che, di fatto, ha perso la sua componente umana.
E così nasce un Manifesto, da condividere, su cui discutere, eventualmente da integrare e modificare, perché l’apertura e l’elasticità mentale aprono naturalmente a un confronto senza pregiudizi, ricordando le grandi lezioni di umanità di Ryszard Kapuscinsky. Di conseguenza, da questa esigenza nasce un sito web, strumento immediato, veloce e alla portata di chiunque, per veicolare le iniziative e le riflessioni, per stimolare i dibattiti, per superare l’utopia di vivere in un mondo migliore e più giusto.
Forse oggi è necessario costruire attraverso l’uso del sabir, l’antica lingua dei commercianti marinai che si muovevano tra Gibilterra e il Bosforo, una nuova koinè, un senso di comunità tra le genti del Mediterraneo, che amano vivere in pace e in armonia in un autentico mosaico multiculturale e multietnico.
Sezione:
Gian Luca Campagna
Giornalista e scrittore

