
La metafisica dei porti mediterranei
Come ci mostriamo orgogliosi dei nostri natali mediterranei, convinti di poter rivendicare quell’appartenenza grazie ad un mero dato geografico. Eppure spesso dimentichiamo che le radici di questa identità sono proprio in quel mare a cui abbiamo voltato le spalle proiettandoci nel tunnel di nevrotiche esistenze e relegando le frammentarie pause al surrogato ansiogeno del chiacchiericcio social. Con la grande Madre blu si dialoga invece in silenzio, ci rende migliori con le sue sospensioni filosofiche. E pure manca il tempo per ascoltarla.
Talvolta, però, tra la selva di palazzi che occultano i flutti salmastri scorgiamo occasionali approdi di pescatori o veniamo investiti dalla luce dei vasti porti commerciali. Ed è in quella direzione che alcuni spiriti solitari sentono il bisogno d’inoltrarsi, quasi rispondendo a un impulso atavico. Vagano lungo queste piazze affacciate sull’orlo del mondo come le incerte figure dei metafisici spazi dipinti da Giorgio De Chirico un secolo fa. Fissano le onde o le murate dei grandi scafi in attesa di qualcosa d’indefinibile, cercando una conoscenza impossibile al confine tra terra e mare. Ma i moli hanno tanto da raccontare e nel riaperto dialogo tra porto e città diventa essenziale la riscoperta del notevole patrimonio storico celato tra bitte e capannoni, rivalutato grazie a numerose iniziative promosse da amministrazioni locali e associazioni culturali. Una rinascita assicurata anche con progetti di riutilizzo degli antichi ambienti.
Certo non è facile liberarsi dalle prevenzioni che nutriamo per il mare dei traffici da cui pure giunge fino a noi l’80% di ciò che mangiamo, degli strumenti che utilizziamo, degli abiti che indossiamo. Ne siamo parte e nel contempo sentiamo estranee quelle navi cariche di container che intravediamo confuse nella foschia. E i luoghi dove approdano non ci riguardano. Non è acqua in cui tuffarsi, non è aria ricca di iodio da inalare a pieni polmoni. È piuttosto un mondo di cemento e ruggine, di pneumatici e vecchi cavi cotti al sole. In quei territori di frontiera c’è gente che trascorre gran parte della propria vita con la schiena curva e le mani incrostate di grasso, mentre altri arrivano da lontano con le loro storie scritte nelle rughe agli angoli degli occhi. I porti sono gli anelli che reggono le estremità della rete mediterranea. Dovremmo studiarli per comprendere meglio noi stessi. Dovremmo percorrerne le solitarie vie interne, penetrare nei magazzini che si raccontano tra luci e ombre, sederci nelle fumose tavole calde: sono parte delle nostre città, ma non completamente. E sono queste piccole-grandi discontinuità che possono scuoterci dall’inerzia quotidiana.
Il porto ci sorprende e insegna a leggere la vita. Lo hanno capito a Le Havre, in Francia, dove c’è la sede dell’Association Internationale Villes et Ports (Aivp), istituto che si adopera per favorire una maggiore integrazione tra le città portuali e il loro scali marittimi attraverso la creazione dei port center, veri e propri poli didattici, museali e culturali dedicati alla blue economy e in particolare alla storia dei mestieri del mare e della navigazione. A Marsiglia, Livorno e Genova – per ritornare sulle sponde mediterranee – i port center sono già operativi e frequentati. Nel capoluogo ligure si organizza inoltre dal 2015 Zone Portuaires, “festival internazionale tra città e porto” con proiezioni cinematografiche, visite guidate al porto, mostre e iniziative didattiche. Il museo multimediale della storia cittadina è alla base della Lanterna, il faro di 77 metri (secondo più alto d’Europa) costruito nel 1543. Da allora ha resistito ai più devastanti bombardamenti navali, come quello scatenato dalla flotta del Re Sole nel Seicento, e a quelli aerei della Seconda guerra mondiale.
La memoria alligna sui moli mediterranei. Sembra una cosa morta, ma riprende vita quando la osserviamo e ci viviamo dentro. A pochi metri dalle navi ormeggiate, gli imponenti casermoni degli ex magazzini del Porto Vecchio di Trieste sono stati riqualificati per ospitare eventi artistici e culturali, addirittura un teatro. E mentre a Napoli gli indomiti “Friends of Molo San Vincenzo” si battono per la riapertura al pubblico della diga foranea di epoca borbonica e organizzano escursioni sull’antica banchina che si protende per due chilometri nel Golfo, a Civitavecchia i crocieristi quasi approdano tra le possenti mura del Forte Michelangelo, voluto dal “Papa guerriero” Giulio II della Rovere e realizzato all’inizio del Cinquecento su progetto del Bramante. Nel porto del Pireo, ad Atene, si promuovono visite ai cantieri navali e itinerari letterari a due passi dai manufatti della Magna Grecia conservati nel museo archeologico. Ma in fondo basta poco per entrare in sintonia con i porti. Sui moli di Barcellona, all’ombra dell’antica stazione marittima, le panchine per turisti e residenti si alternano alle bitte di ormeggio.
Tra i muri mangiucchiati dalla salsedine, il lavoro e la fatica sono impastati ai sogni. La solitudine alberga nei labirinti di container, ma basta un vecchio deposito riadattato per ritrovare la voglia di fare comunità e ascoltare con rinnovato interesse lo sciabordio di morte e vita sulle pietre levigate dal Mare Interno. Negli scali mediterranei le contraddizioni delle città millenarie sono più evidenti e ci insegnano a guardarci intorno. Dovremmo tutti tornare alla scuola dei porti.
Sezione:
Marco Molino
giornalista

