
Le parole bastarde in nome del merkato
Una volta ho chiesto ad un editore
quali fossero gli scritti meglio pagati.
Mi ha risposto:
le richieste di riscatto.
(da “Get Shorty”)
Sono stanco di parole. Stanco di chiacchiere. Per chi fa il mestiere di scrittore e giornalista è un guaio. Ma non posso farci niente. Via via mi sono sempre più convinto che in principio non fu il Verbo, non quello che intendono oggi, non la chiacchiera insulsa, il vaniloquio persistente in sottofondo o appena accendiamo radio, tv, qualsiasi social, sempre più spesso quando apriamo un libro.
Troppe paginette brillanti gonfie di sintassi destrutturata pour épaterles bourgeois, troppe parolette complicate e desuete (“dimiadiato” e non tagliato a metà, per dire) messe lì solo per spalancare la bocca di madame e studentelle devote alla sedicente letteratura, per compiacere professionisti e critici letterari. Roba che la gente comune ritiene complicata, faticosa, smette subito di leggere o non compra nemmeno. Un po’ di fatica ci vuole, bisogna sforzarsi e imparare. Ma scrivere libri per pochi eletti – sarà una distorsione da giornalista – questo non l’ho mai capito.
Invece è una galassia di parole in libertà, di circostanza. Parole irresponsabili e bastarde. Parole per vendere una merce, un personaggio, se stessi. “La terza persona onnisciente non è di moda” dicono, come se scrivere fosse questione di mode. Tutto ciò mi irrita, avvilisce.
In principio era il significato, il contenuto, l’essenza di ciò che si vuole comunicare, per il bene del prossimo, per smuoverlo, per portarlo ad agire, a commuoversi, per rompere come una scure, diceva Kafka, la superficie ghiacciata delle nostre esistenze. Questo è scrivere. Poi c’è anche il marketing, ovvio. E il “marketting”. Ma sono un’altra cosa.
Invece hanno imbastardito tutto. Futilissima fuffa, parole false, dannose e vigliacche, pornografia verbale – “pernemi” in greco viene da “vendere” – quando ci sarebbe un bisogno estremo, come dell’aria buona da respirare, di parole responsabili, che mantengono quel che promettono, che rispondono di se stesse, come un buon padre.
Basta fuffa, balle, “bullshit”, basta parole bastarde. Un’intera generazione, anzi, parecchie ormai, sono travolte dalle parole, giocano con le parole, ingannano con le parole. Lo fanno per marketing, per escrementizio tornaconto personale, per sfruttare corpi e intelligenze altrui, per mille motivi.
E nessuno che dica ai ragazzi – lo faccio quando mi capita di parlare nelle scuole, nelle presentazioni – che bisogna fidarsi dei fatti, non delle chiacchiere. Che bisogna badare a come il nostro interlocutore si comporta, non a quello che dice.
L’avete visto, in questi giorni, il grande attore “di sinistra”, acculturato, che con il figlio fa la pubblicità di una grande banca?
E io? Negli articoli, nei romanzi, nei libri, faccio un grande sforzo per essere semplice. Anche se qualcuno, editori compresi, si confonde, pensa che non conosca le parole da 50 dollari. Le conosco e le scarto, a meno che siano indispensabili. Vizio da giornalista? Da allievo di grandi maestri, Ennio Caretto, Igor Man, Lietta Tornabuoni. Preferisco parole da cinque centesimi, servono di più e le capiscono tutti. A fare i saltimbanchi con le altre son capaci tutti. I tanti scriventi, non i pochissimi scrittori (e scrittrici, va da sé).
“Dev’essere difficile scrivere in modo così facile”, disse una volta un lettore a Eduardo Galeano. Lui rispose che scriveva dieci, venti volte ogni minuscolo racconto. Disse che le storie iniziavano piene di parole, di troppe parole. Doveva toglierle. Disse che desiderava dire sempre di più con meno.
Non è forse questo, la poesia?
Io sono stanco di parole. “Per questo leggo pochissimi libri contemporanei, si rivolgono per lo più ai soliti quattro gatti”, come diceva Moravia, ai critici, ai membri delle giurie letterarie, agli altri “morti di fama”. Come se scrivere libri significasse diventare ricchi, capita a pochissimi. Servono, mi disse Ceronetti, affinché Dio riconosca i suoi.
Mi sono chiesto perché tutto questo. Innanzitutto per il dilagare della comunicazione commerciale, il “mercato” che ha pervaso ogni cosa. Ma anche a causa del benessere, che rende importante il superfluo, che moltiplica i cattivi maestri: “Io, guardando una foto – disse una volta uno di loro, che non nomino per carità di patria – sono sempre attratto non da chi c’è in mezzo, ma dalle figure laterali”. Bella osservazione, molto figa e arguta.
L’amore per i dettagli è lodevole, peccato però che una pletora di mediocri si sia scaraventata sui dettagli, anche quelli delle loro vite ordinarie, e li abbia innalzati, a suon di acrobazie verbali, all’essenzialità, a sedicenti “capolavori”.
La pubblicità dice “tu vali”, tu te la meriti quell’auto, “TUA con…”. Invece non è vero, non tutti valgono allo stesso modo, non tutti “meritano”, tu che sei un ignorante e egocentrico meriti poco o niente, perché uno non vale uno, una persona perbene non vale un mascalzone, un chirurgo non vale un autista (con tutto il rispetto), hanno gli stessi diritti, certo, ma le cose che fanno sono diverse e sono più o meno importanti.
Esaltando troppo i dettagli perdiamo di vista l’insieme, ed è proprio quel che accade oggi, tutti a caccia della genialità, del “famolo strano”. E l’insieme, il “contenuto”, con il buon senso, vanno a farsi benedire, ricevono l’estrema unzione.
Questo è lo stato della “Kultura” in Italia (e altrove, come minimo nell’Occidente grasso e satollo), dunque ribadisco: dove sono finite le parole? Il libro – questi libri – è sopravvalutato, la parola – queste parole – sono sopravvalutate. A chiacchiere siamo capaci tutti, a chiacchiere stiamo a zero, come si dice a Roma. Contano i fatti.
Parliamoci chiaro, una volta per tutte: in principio era il Verbo, ma il verbo era un Dio – lo dicono anche gli antichi testi induisti – era un suono, che spingeva ad agire.
Dunque i fatti e le azioni valgono più delle parole, il contenuto vale più della forma. I cattivi maestri dicono “lo stile vale più del contenuto” e non è vero, il dettaglio vale meno dell’essenza, dell’insieme, della sostanza…
Pensate a questi tempi sbandati, si fa la guerra per ingrassare l’industria delle armi, e anche per principio: “Ci sono un aggredito e un aggressore!” dicono. Certo. L’aggredito va difeso, certo… Ma se nel frattempo la gente muore? Chiedete loro cosa preferiscono: la difesa a oltranza o la pace finalmente, la vita normale? “Sì, ma il prepotente ha trionfato” dicono. E allora? Non succede così da millenni? La storia non è forse uno scandalo che dura da diecimila anni, come ha scritto Elsa Morante?
*Carlo Grande, scrittore e giornalista torinese, ha appena pubblicato “Come acqua, amica mia”, romanzo (e storia vera) su un’adolescente cinese immigrata in Italia che deve imparare a difendersi e a confrontarsi con il razzismo e il bullismo.
Sezione:
Carlo Grande
scrittore e giornalista

