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4 novembre 2026

Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola in un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità. E vogliamo comunicare quello che sentiamo attraverso l’arte, in ogni sua forma ed espressione, perché i popoli del Mediterraneo possano vivere in armonia.

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Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola in un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità. E vogliamo comunicare quello che sentiamo attraverso l’arte, in ogni sua forma ed espressione, perché i popoli del Mediterraneo possano vivere in armonia.

MedOpenMagazineNewsYousef e Piermario a Milano interpreti di ‘Una poltrona per due’

Yousef e Piermario a Milano interpreti di ‘Una poltrona per due’

Il mondo dei social e dell’informazione, che in questi tempi si fonde e diviene la stessa cosa, s’è diviso. Da una parte il piccolo Yousef, l’11enne di origine marocchina colto come casseur durante i recenti disordini di Milano, e il borghese PierMario, che s’era lamentato delle vetrine infrante difendendo i lavoratori e auspicando una pronta remigrazione verso chi sfasciava le vetrine.

Un po’ come il caso Garlasco, con la frangia di tifosi innocentisti e colpevolisti rispetto a uno Stasi o a un Sempio, subito si sono creati gli schieramenti pro e contro il vandalo Yousef e il dandy PierMario. Mi ha ricordato tanto il film ‘Una poltrona per due’ di John Landis, con la straordinaria interpretazione di Dan Aykroyd ed Eddie Murphy, con la scommessa da parte degli avidi fratelli Mortimer e Randolph Duke che il destino di un uomo è deciso dall’ambiente in cui cresce.

Giornalisticamente, e voyeuristicamente, socialmente cianciando, sono godibili entrambi i ritratti. Di Yousef ci appassiona la storia, vissuta ai margini della periferia meneghina, al quartiere Barona, con una situazione familiare borderline e difficile, con un personale cv da far invidia già al più scafato rappresentante del milieu mediterraneo, con un’alta assenza a scuola e con una assidua frequentazione del marciapiede in nome di risse, dispetti e atteggiamenti vessatori verso i coetanei e quelli un poco più grandi. Tant’è che a scuola i compagni lo hanno definito un “selvaggio”. Qualcun altro, quelli che guardano all’altro con una cieca fiducia, l’ha ribattezzato “il buon selvaggio”, sostenendo le sue insegnanti a un pronto, seppure difficile, recupero scolastico e, quindi,  sociale.

Su PierMario ho letto una viralità di parodie da far invidia a Trump o a Kim Jong-un oltre a una serie di considerazioni frustrate da parte di giornalisti e opinionisti, eppure, al di là di un’isteria lessicale e posturale infarcita da una certa ostentazione dell’out-fit, che sono una sua peculiarità, qual è la colpa di questo giovane?

Tornando alla pellicola di Landis, ma che ne pensate di un incontro tra Yousef e PierMario con uno scambio dei ruoli per una settimana?

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