
L’utopia possibile
È un uomo sulla quarantina. Si fa spazio tra la folla e le macerie. Urla mostrando due buste di plastica , una azzurra, l’altra verde.
È straziato. Solleva le buste. Il mondo deve sapere.
Ci sono reporter e operatori che lo stanno riprendendo.
È il 22 ottobre 2023. Quell’uomo sta urlando mentre il pianto gli strozza la voce. “Qui dentro ci sono i resti dei miei due figli!”.
Questo ciò che è accaduto dopo il bombardamento dell’Ospedale Battista di Gaza. Cinquecento morti di cui molti bambini.
Un’altra immagine.
Fame, sete, bombardamenti ad alta intensità e corpi dilaniati.
Nel maggio 26 la Gobal Sumud Flottilla viene bloccata in acque internazionali in violando le norme che regolano la libertà di navigazione.
L’imbarcazione trasporta viveri ai sopravvissuti di Gaza. L’intero equipaggio, quattrocentotrenta attivisti, viene sequestrato e trasferito nel porto israeliano di Ashode. Gli attivisti hanno polsi stretti da fascette, sono bendati e costretti a restare in ginocchio sul pavimento di un hangar. C’è anche un italiano di 85 anni. E giù insulti, derisioni, scudisciate verbali che mirano alla demolizione della dignità umana.
Ancora immagini.
Di Iran, Libano, Siria e dello Yemen, da cui o si fugge o si muore. Dove più di mezzo milione di bambini sono morti di fame, e altri ne moriranno.
Sono denutriti. Lo sguardo fisso. Negli occhi tutta la loro storia svuotata di futuro.
Terre ridotte a cenere dove non c’è un dio della salvezza. Dove il diritto di stare al mondo è stato estirpato. E se dio è morto, l’umanità si è spenta con lui.
Questo è oggi il Mediterraneo. Il mare nostrum, come lo pensava Braudel , è stato cancellato. Quel mare-crocevia, che per millenni ha mescolato culture, rotte e destini è solo sangue, morte, dolore.
“Quando non si ha niente, avere il mare è molto. Come un tozzo di pane per chi ha fame”. Scriveva Jean Claude Izzo.
Ma non è più così. È il tramonto definitivo di un’utopia? O forse sono le speranze stesse a non abitare più questa nostra umanità ferita?
Le immagini che vediamo scorrere quotidianamente sotto i nostri occhi ci addolorano, ci provocano sdegno. E ci sentiamo impotenti.
Mi sono chiesta tante volte se ci siamo arresi a questo mondo schiavo del danaro. A questo tempo malato di profitto e di un’ostentazione del lusso che fa da osceno contraltare a una miseria sempre più globale.
E il Mediterraneo, con la sua forte identità culturale, può essere ridotto a simbolo dell’infamia?
Sezione:
Stefania Nardini
Scrittrice e giornalista

