
Bacci Pagno ricomincia da Genova
Sono trascorsi oltre ventidue anni dalla pubblicazionedi Bacci Pagano. Una storia da carruggi(Fratelli Frilli Editori, febbraio 2004)e i romanzi che narrano le tormentate indagini del detectivegenovesesonoormai sedici, accompagnati da un cospicuo numero di racconti, in cui si sono dipanate le vicissitudini del personaggio cartaceo e della “Superba con le pezze al culo” (secondo la definizione fornita dallo stesso Pagano). In questo fatidico 2026,sul piano narrativo, siamo finalmente arrivati a una svolta che investe il lavoro e l’esistenza del “ratto dei carruggi” e, forse,anche il destino della sua città.
Il 3 novembre è uscito per i tipi di Garzanti Un velo sul cuore. La prima indagine dell’agenzia investigativa “G.B. Pagano & Associati. E l’universo del detective viene terremotato da alcune novità di non poco conto.
Cominciamo dal personaggio, uomoormai attempato (gli investigatori del noir mediterraneo invecchiano con i loro autori) che, riconoscendo i limiticonnessi alla propria età, con una certa riluttanza haaccettato di associare all’agenzia Essam, il futuro genero che fin da bambino sognava di affiancarlo nelle indagini (procurandogli qualche angosciadi troppo)e la sua nuova fiamma, la maestra elementare Giulia Corsini, affascinante donna dal piglio militaresco d’una guerrigliera peshmerga. Bacci Pagano si è così deciso a inaugurare l’agenzia “G.B. Pagano & Associati” e ha affittato un nuovo ufficio, a pochi metri dalla sua abitazione, dove i vani rimasti liberi sono stati occupati da Giulia, che vi ha preso la propria residenza. Dopo la fine del matrimonio, oltre trent’ani fa, il vechio lupo solitario tenta l’azzardo di una nuova convivenza!
Nel frattempo, l’amico Totò Pertusiello, vicequestore dirigente della sezione omicidi, è andato in pensione e ha assunto l’ambiguo ruolo di deus ex machina, ora compiaciuto ora recalcitrante: grazie alla sconfinata stima di cui gode nei ranghi della polizia, fornisce a Pagano informazioni preziose per le sue indagini, ma lo fa da una posizione un po’ defilata, al bar davanti a un Negroni o usando il telefono.
La figlia Aglaja, che per tutto il periodo dell’università ha vissuto con il padre, si è trasferita a Parigi dove ha ottenuto un lettorato di italiano alla Sorbona.
Dunque, fino a qualche anno fa, con la complicità del suo autore, Bacci Pagano aveva fatto il vuoto intorno a sé. La solitudine dell’investigatore è un ottimo antidoto contro i rischi connessi alla serialità, che da un lato fidelizza i lettori e paga sul piano commerciale, ma dall’altro rischia di zavorrare il racconto togliendo spazio al nucleo drammatico dove si agitano i drammi e le passionioggettodell’indagine. L’altro espediente utile a non restare invischiati nelle panie del piano orizzontale della narrazione è stato quello di compiere salti temporali avanti e indietro: così, dopo le incursioni in val Polcevera sulle tracce di un manager dalla pessima reputazione scomparso dopo il crollo del ponte Morandi (Le sigarette del manager, 2019), abbiamo seguito Pagano in una doppia indagine, sospesa tra il 1998 e i mesi della quarantena da Covid-19 (Voci nel silenzio, 2020) e infine lo abbiamo ritrovato, smarrito e confuso, nel ’94, a comporre il ritratto di una giovane ricercatrice ucraina appassionata degli epigrammi erotici di Marziale (Nel tempo sbagliato, 2021).
Fin dalla sua prima comparsa, Bacci Pagano è un personaggio disilluso ed esacerbato che tampona la propria amarezza con un disincanto di facciata. Figlio di un mondo che non c’è più, è nato nel quartiere di via Madre di Dio, raso al suolo negli anni Sessanta per fare posto a un non luogo, il centro direzionale di Carignano, quello dei famigerati giardini di plastica; figlio di operai genoani e comunistie del boom economico, è cresciuto in una Genova che, con Milano e Torino, è stata il terzo polo industriale italiano, uno dei primi porti del Mediterraneo,con una popolazione chealla fine degli anni Sessanta ha rasentato il milione di abitanti.«Il nostro è un destino da orfani», sentenzia brindando con l’amica Gina Aliprandi nel racconto Al ballo a Fontanigorda, ma se si eccettuano alcuni riferimenti a dettagli dell’infanzia ‒in primis il rapporto con il nonno Baciccia ‒la nostalgia non rientra nella gamma dei sentimenti che affliggono il “ratto dei carruggi”. La dolorosa consapevolezza che non c’è stata alcuna età dell’oro da rimpiangere si accompagna all’impietoso spettacolo del declino – demografico, economico e culturale – della città.Domina gli ultimi romanzi un retrogusto amaro, accompagnato dalla reiterata conferma, indagine dopo indagine, dello scacco al quale è condannata gran parte dell’umanità, quella dei perdenti della Storia, in una società sempre più oppressa da una economia finanziaria priva di scrupoli e sostanzialmente criminale.Non c’è mai stato alcun giardino dell’Eden, la vita nella fabbrica e nei malsani quartieri cresciuti intorno agli stabilimenti industriali è sempre stata una merda, ma almeno un tempo c’era voglia di lottare e di riscatto e gli idealisono serviti a puntellare la dignità di chi non possiede niente, se non la propria capacità di lavoro, e a imporre migliori condizioni esistenza.
È inevitabile, date queste premesse, che l’amore per Genova entri in rotta di collisione con la retorica, diffusa dalla destra che ha governato la città fino all’anno scorso, della città meravigliosa, paradiso turistico che combina storia e natura, palazzi secolari e marine, arte e nautica da diporto. Un dissidio profondo e insanabile che distilla rabbia e dolore.
Genova, la mia maledetta città frastornata dalle campane delle chiese e dalle sirene delle navi che entrano ed escono dal porto. La Superba con le pezze al culo. Chiusa, inospitale, provinciale, vecchia e rincantucciata in una delle infinite periferie del mondo. In vent’anni ha perduto duecentomila abitanti, quasi tutte le industrie, i fasti dell’aristocrazia mercantile e l’orgoglio di classe di un proletariato tra i più agguerriti d’Europa. Coltiva la sua altezzosa agonia come un vecchio demente che ha dimenticato la strada di casa. (Lo Spaventapasseri, Garzanti 2013).
E qui sta forse il nocciolo che ha caratterizzato gli ultimi romanzi prima della svolta: l’incanto, l’idillio con la cittàsi era rotto; Genova non fungeva più da seconda pelle, oasi in cui rincantucciarsi quando le miserie che affioravano nel lavoro investigativo mettevano a dura prova l’equilibrio del detective. Il dolore scaturiva dall’amore viscerale per le sue strade e i suoi palazzi, i trapezi di cielo ritagliati tra le grondaie, l’odore di piscio dei carruggi, le luminarie delle alture, il rumore della risacca, i profumi del mare e del pitosforo e il contatto umido della maccaia, ma tutto questo non bastava, non poteva bastare: Genova da madre era diventata matrigna, perché con la sua immobilità ha costrettoi propri figli a partire per cercare altrove una vita decente, e i belletti con cui si è travestita per rendersi attraente per i turisti non potevano riscattarne la spietata grettezza.
La città continua a spopolarsi. Per ogni nuovo nato contiamo due decessi, l’invecchiamento demografico ha assunto dimensioni allarmanti che inducono a domandarsi chi pagherà domani le pensioni di chi vive in questo ospizio di lusso. Genova ha perduto la sua capacità di attrarre manodopera qualificata; la professionalità più richiesta è quella della badante e a soddisfare tale domanda provvedono gli immigrati, specie le donne provenienti dall’Europa dell’est e dall’America Latina; i giovani italiani con un buon titolo di studio e una solida famiglia alle spalle emigrano e quelli che restano, in numero sempre crescente, non concludono gli studi e non trovano lavoro o devono accontentarsi di un lavoro precario e dequalificato. I quartieri “residenziali”, da Oregina a Marassi alla collina di Albaro, alle sette di sera diventano lugubri mortori, con le strade deserte come se calasse il coprifuoco; paradossalmente sono molto più vive leborgate ritenute“difficili”, come il Campasso, popolate da immigrati la cui età media è sensibilmente più bassa. In questo quadro la sciagurata propaganda della destra sovranista, che agita lo spauracchio della cosiddetta invasione, risulta controproducente e perfino grottesca.
Le eccellenze produttive e di ricerca capaci di attrarre nuove intelligenze si contano sulle dita di una mano, isole felici, sì, ma anche cattedrali nel deserto. L’industria è ormai ridotta all’osso e a tirare il carro c’è rimasto il porto, dove l’automazione e l’innovazione tecnologica hanno moltiplicato la produttività del lavoro senza peraltro determinare significative ricadute sull’occupazione. Inoltre, i collegamenti con l’hinterland per lo smaltimento delle merci risultano carenti e questo ne soffoca le potenzialità di sviluppo.
Le vicende seguite al crollo del ponte Morandi, la “scoperta” che le nostre infrastrutture, realizzate negli anni Sessanta e Settanta, non sono state adeguatamente controllate, manutenute e messe in sicurezza, hanno esasperato la condizione di isolamento della città e della regione, le cui strade e autostrade sono afflitte da uno stillicidio di cantieri che rendono gli spostamenti sempre più problematici.
Insomma, non è al passato che guarda il vecchio investigatore quando sente di vivere nel tempo sbagliato, memore di quanto scriveva uno dei maestri del noir mediterraneo, lo scrittore marsigliese Jean-Claude Izzo: «Interrogare il passato non serve a niente. È al futuro che bisogna fare le domande. Senza il futuro il presente è solo disordine».
Ed è per questo che la tornata elettorale del 2025 ha segnato una svolta: dopo un ciclo di otto anni di dominio delle destre, la sinistra è tornata al governo della città con la figura di una giovane sindaca che tra i suoi primi atti ha imposto il salario minimo come requisito per le imprese che operano per il Comune, si è posta alla testa del movimento della Flotilla per Gaza, ha messo al centro delle celebrazioni cittadine il valore storico e politico della Resistenza antifascista. Ma, soprattutto, ha lanciato una sfida: quella di non diventare la guardiana di un cimitero, di non assistere passivamente al declino demografico ed economico della città. Ha scommesso di rendere Genova nuovamente attrattiva per accessibilità allo studio e opportunità di lavoro qualificato. Richiamare i giovani, arrestarne l’emorragia aprendo la città a nuovi investimenti in settori strategici: ricerca, innovazione, economia portuale e marittima e promuovendo una politica attiva per garantire alloggi per gli studenti a prezzi calmierati attraverso la creazione di studentati e accordi con i proprietari di case sfitte. Ci riuscirà? Vedremo. Certo è che in questo anno appena trascorso, per la prima volta, la città ha richiamato migliaia di giovani nelle sue strade grazie a eventi musicali voluti dalla nuova Amministrazione. È un buon inizio, un primo segno di svecchiamento; Genova è tornata sotto i riflettori della ribalta nazionale e i giovani genovesi cominciano a sentire che la città si è accorta della loro esistenza.
Bacci Pagano, che non frequenta i concerti techno e resta sentimentalmente legato alla musica di Corelli, Mozart e Beethoven, apprezza e caldeggia. E anche lui, nel suo piccolo, fa la sua part e, al momento di concordare con i nuovi soci come procedere nelle indagini, si affida a loro stabilendo che alla prima indagine avrebbero lavorato loro due e a me sarebbe toccato il compito di supervisionarli. Dopo il primo colloquio, che avremmo condotto insieme, sarei rimasto nell’ombra e avrei fornito la mia consulenza mentre loro conducevano le danze.
Bruno Morchio
Scrittore

