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3 novembre 2026

Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola in un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità. E vogliamo comunicare quello che sentiamo attraverso l’arte, in ogni sua forma ed espressione, perché i popoli del Mediterraneo possano vivere in armonia.

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Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola in un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità. E vogliamo comunicare quello che sentiamo attraverso l’arte, in ogni sua forma ed espressione, perché i popoli del Mediterraneo possano vivere in armonia.

MedOpenMagazineNewsIl Mediterraneo che racconta storie somiglia alla Linea di Cavandoli

Il Mediterraneo che racconta storie somiglia alla Linea di Cavandoli

Marsiglia non si guarda, si attraversa. Lo sapeva Jean-Claude Izzo, che ne aveva fatto la patria del suo commissario Montale, un uomo stanco che cercava giustizia tra il porto e i quartieri del Nord. Lo sa anche Stefania Nardini, che di Izzo ha scritto la biografia e che da anni vive con un piede in Italia e l’altro sul Vieux-Port. Il Mediterraneo, per lei, non è una cartolina. È una frontiera, un mercato, un cimitero, una cucina. È il mare che unisce e quello che separa. Stefania è romana, giornalista e scrittrice, e i suoi libri sono sempre stati storie di margine. In «Matrioska» ha raccontato una cameriera clandestina che insegnava letteratura, un libro poi tradotto in Ucraina. In «Gli scheletri di via Duomo» ha portato il noir nella Napoli degli anni Settanta. Con «Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese» ha restituito alla Francia, che lo ha pubblicato nel 2020, il ritratto di uno dei suoi figli più inquieti. Da questa stessa ostinazione è nato MedOpen, una rivista online che prova a raccontare il Mediterraneo come una sola grande città con tanti quartieri, alcuni ricchi e illuminati, altri dimenticati.

Il motto è scritto in testa a ogni pagina e non lascia margini: «Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità». Il manifesto che accompagna la rivista è una chiamata, «alle armi della parola», scrivono, rivolta a scrittori, artisti, giornalisti, ma anche ai «cittadini e cittadine del Mediterraneo». Dentro ci sono Gaza e la Flotilla, le guerre che si allargano dal Medio Oriente all’Ucraina, i Balcani, Ceuta, le città che cacciano i loro abitanti per far posto agli affitti brevi, da Marsiglia a Napoli, da Barcellona a Genova. Ci sono i migranti, il clima, il corpo delle donne. C’è soprattutto un’idea antica e quasi dimenticata: che l’arte abbia una funzione sociale, che un romanzo possa essere ancora un atto di presenza nel mondo e non solo un prodotto da scaffale. Qui riconosci l’anima, la battaglia, la sincerità rude di chi sta dalla parte degli ultimi senza mai specularci sopra.

Non tutto, in quel manifesto, si può sottoscrivere a occhi chiusi, e chi scrive non è abituato a farlo con nessuno. La domanda che pone però è giusta e scomoda: a cosa serve uno scrittore in un tempo che ha paura delle parole? Intorno a Stefania si sono ritrovati nomi che il noir lo hanno reso letteratura popolare: Maurizio de Giovanni, Bruno Morchio, Grazia Verasani, Gian Luca Campagna, Giancarlo Piacci, Arianna Destito Maffeo. Morchio, sulla rivista, si chiede se sia possibile «ripartire dal noir mediterraneo». È una domanda che ha senso. Il noir è sempre stato il genere che racconta le città dal basso, dalle questure, dai bar, dalle stanze in affitto. È il realismo di chi non si fida delle versioni ufficiali. E infatti sulla rivista gli scrittori parlano anche di sé, senza indulgenza. Gian Luca Campagna immagina il giorno in cui esisterà il «doping letterario». Giorgio Ballario racconta lo scandalo dei romanzi scritti con l’intelligenza artificiale che arrivano sui tavoli degli editori e dei premi. Carlo Grande se la prende con le «parole bastarde» piegate alle leggi del mercato. Simone Perotti firma il suo «Manifesto anche mio». È una bottega che litiga, e per questo è viva.

Non mi sono mai piaciuti i muri e fatico a capire come le frontiere possano fermare gli uomini quando si fa di tutto per far viaggiare le merci. Il problema è che da un quarto di secolo stiamo vivendo la lunga stagione del caos, con la paura che chiede sempre più sicurezza. È uno scambio cominciato l’11 settembre del 2001 e non è più finito. È la vittoria e la maledizione del terrorismo islamico che ha cambiato i sogni dell’Occidente, finti, fragili e bastardi quanto si vuole, ma che non avevano ripudiato l’idea di credere a un mondo più aperto. Sono rimasti gli affari ed è svanito tutto il resto. Una idea di libertà è svanita sotto le Torri gemelle.  Il Senato degli Stati Uniti approva il Patriot Act con novantotto voti a favore e uno contrario. Solo uno. Chi scrisse quella legge sapeva benissimo che stava esagerando, tanto è vero che ci mise dentro le clausole di scadenza. Sedici disposizioni, le più invasive, dovevano decadere automaticamente il 31 dicembre 2005. Era la formula rassicurante di ogni emergenza: adesso serve, poi si vedrà. Il guaio è che quasi sempre l’emergenza diventa quotidianità. Nel 2006 quattordici di quelle sedici disposizioni sono diventate permanenti, e alle altre due è stata data una proroga. Uno dei pochi che provò a impedirlo, il vecchio senatore Robert Byrd, disse una cosa che vale la pena rubare: l’erosione della libertà non arriva quasi mai come un assalto frontale.

Ron Suskind l’ha chiamata la dottrina dell’uno per cento, e l’attribuisce all’amministrazione Bush: se esiste anche solo l’un per cento di possibilità che il sospetto sia fondato, trattalo come una certezza e colpisci. Non è più lo Stato che deve provare che tu sei colpevole, sei tu che devi dimostrare ogni giorno di non essere sospetto. Al varco, allo sportello, alla frontiera, davanti al lettore biometrico. Nessuno ti accusa di niente. Ti chiedono soltanto di provare, ogni volta, di essere quello che dici di essere. Tutto questo potrebbe apparire scontato. Non lo è, ma chi ha voglia di credere ai principi universali scritti da Thomas Jefferson nella Costituzione americana? Chi ha voglia di ascoltare le parole illuminate del pisano Filippo Mazzei che dalla Toscana portò in America uno sguardo sul mondo davvero rivoluzionario: c’è l’umano prima di qualsiasi potere.

Qualche tempo fa, per spiegare una differenza che mi sembra decisiva, ho preso in prestito un omino disegnato con un solo tratto di penna: la Linea di Osvaldo Cavandoli. Quel personaggio borbottante non ha un corpo, non ha un’età, non ha un’origine, e proprio per questo può essere chiunque: un bambino, una donna, un vecchio, uno straniero. La Linea è l’universale. Il globale è un’altra cosa, anche se si traveste da suo sinonimo. Il globale non unisce, livella. Insegue un consumatore senza identità e lo vuole il più semplice possibile, perché così si vende meglio. L’universale è fusione, come nel cuore del Sole, dove le differenze si sommano e fanno luce. Il globale è fissione: spezza, divide e lascia scorie. E le scorie, quasi sempre, sono uomini. Sono i ragazzi delle periferie di Marsiglia, i pescatori senza mare, i migranti che diventano numeri, i paesi che si svuotano, i vecchi che restano soli.

Il Mediterraneo che racconta MedOpen somiglia alla Linea di Cavandoli. Un tratto che collega punti lontani senza cancellarne nessuno. Non c’è bisogno di condividere ogni parola del manifesto per riconoscere che il principio è quello: nessuno è indegno, nessuno è di troppo, nessuno va messo da parte. È un principio antico, più vecchio delle ideologie che pretendono di custodirlo. Non appartiene né alla destra né alla sinistra. Appartiene a chi non si rassegna a contare gli uomini come scarti.

A Teheran hanno fatto di Mahsa Amini un nome da non pronunciare. È il contrario dell’universale: un nome cancellato perché vale per tutti. Il Mediterraneo, del resto, non finisce dove finisce il mare. Arriva fin dove arrivano le storie che lo attraversano, e la più antica di tutte è quella di Sherazade, che ogni notte raccontava per non morire. Sherazade adesso ha molti nomi: Mahsa, Hadis, Nika, Nasrin, ragazze iraniane uccise per una ciocca di capelli sfuggita al velo o per un grido in piazza. Questa primavera, a Meghri, la città armena che guarda l’Iran oltre la montagna, ho raccontato due sorelle. Raha ha diciassette anni e il suo nome in persiano significa libertà. Hedia ne ha ventuno e, quando sono cominciate le bombe su Teheran, ha riempito le borse di cibo e di bende. «Non è una fuga», dicevano, «è una vacanza breve». Volevano tornare dai nonni per il Nowruz, il Capodanno persiano. Sono anche loro cittadine di questo mare largo, dove la libertà a volte è soltanto un nome che ci si porta addosso.

Stefania scrive della povertà che attraversa le due sponde, di chi è «condannato» senza aver commesso nessun crimine. “Stu viento frisco fa risciatare: chi vo’ spassarse jenno pe mmare? È pronta e lesta la barca mia. Santa Lucia, Santa Lucia!”.

 

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