
Asmae Dachan racconta la sua Siria tra orrore e speranza
La scrittrice italo-siriana ha presentato il suo ultimo lavoro, ‘Siria, il giorno dopo’, un diario di viaggio sotto forma di romanzo cadenzato da una narrazione emozionale. Un itinerario tra macerie, miserie e orrori in un luogo del Mediterraneo che sta ricostruendo la propria identità dopo 54 anni di dittatura. “Una cooperazione tra scrittori, o meglio tra artisti, del Mediterraneo, scambiandoci idee e opere, partecipare a dibattiti e festival, può cambiare la narrazione del mondo. La speranza per un mondo migliore c’è sempre, e spetta anche ai romanzieri” dice.
Asmae Dachan parla con l’anima tra le mani. Al Festival dei Teatri d’arte del Mediterraneo di Formia parla del suo ultimo libro, ‘Siria, il giorno dopo’ (260 pp, 18 euro, add editore), un diario di viaggio sotto forma di romanzo cadenzato da una narrazione emozionale. Racconta attraverso lo stile del suo libro, con parole liriche, con pacatezza, libera finalmente di “arrivare a toccare la terra della diaspora”, dice. Così la scrittrice e giornalista italo-siriana, nata ad Ancona, racconta il viaggio in un Paese martoriato da 14 anni di guerra civile, impoverito da 54 anni di dittatura della famiglia di Abd al-Ḥalīm Khaddām fino alla fuga del figlio Bashshār al-Assad, suo successore dal 2000. È il dicembre 2024 quando Asmae si mette in viaggio, entra per la prima volta liberamente in Siria e racconta quello che i suoi occhi e il suo cuore vedono. Tragedie, macerie, distruzione, morte, orrore, ma anche la luce dopo un periodo così buio. In questo libro troviamo la preparazione per il viaggio, l’emozione di varcare i confini di un Paese finalmente libero dopo la rivolta cominciata con le primavere arabe, pronto a vivere la stagione della democrazia: l’esperienza di Dar’a, la prigione di Sednaya, l’arrivo alla capitale Damasco, sempre affascinante, la zona di Ghouta, il ritorno nelle cittadine di Homs e Hama fino all’arrivo ad Aleppo, la città dei suoi genitori, “anche se è stata la mia ultima tappa. Andare a incontrare subito amici e cugini mi avrebbe tolte troppe energie” dice. E intanto tra le pieghe del viaggio, ecco le storie che emergono, si impadroniscono delle pagine dopo che la Storia ha deciso di scrivere un punto con la resa di Assad.
Sei originaria di Aleppo, tra le città più antiche al mondo, popolata sin dal VI secolo aC, sei figlia di una coppia siriana giunta in Italia per studiare, accolta nel seno materno del Mediterraneo come l’Italia, oggi sei scrittrice e ambasciatrice di scrittura e pace: ti senti una predestinata?
“In questo periodo storico sta uscendo fuori tutto il Dna siriano, anche se è dal 2011 che racconto quanto accadeva in Siria. Ed è una cosa che avverto come fosse una responsabilità. So di essere una donna fortunata, anche se nel tempo ci sono stati momenti talmente dolorosi e di frustrazione in cui c’è stata la tentazione di gettare a mare la mia anima siriana e pensare soltanto alla mia condizione di italiana, ma il richiamo del sangue è sempre stato forte”.
Sei nata e vivi nella culla della civiltà, oggi il bacino mediterraneo è in profonda crisi, dalla tragedia di Gaza ai conflitti che flagellano Siria e Libano, passando per la guerra ibrida di Ceuta e arrivando al conflitto russo-ucraino con la Crimea al centro di rivendicazioni: l’uomo sta smarrendo la sua umanità?
“Non l’uomo, ma alcuni uomini. Se oggi ragionassimo come alcuni potenti che governano la terra saremmo ridotti di nuovo all’età della pietra, con la clava tra le mani, ma c’è un’umanità che resiste nonostante questa situazione. Prima la lotta quotidiana era sopravvivere procacciando cibo, oggi cerchiamo di sopravvivere in nome di una nuova speranza”.
Tu scrivi e denunci, racconti e descrivi. Scrivi per riscoprire il valore della vita umana? Cosa può fare oggi la letteratura per rendere il mondo migliore di quello che è?
“Viaggiare e scrivere significa vivere mille volte. I romanzi, molto più della saggistica, possono farci entrare in contatto con mondi nuovi, capire che esiste una prospettiva differente, meno eurocentrica, metterci in relazione con spaccati di mondi che non conosciamo e che possiamo comprendere con tanti autori, africani ad esempio, molto profondi. Entrare in relazione con l’altro, che ambisce anche lui alla ricerca del bello, ci aiuta a uscire dal guscio, ci porta a uscire da quell’autoreferenzialità che ci rende miopi”.
La bellezza salverà il mondo, ma l’orrore sta provando a distruggerlo. Gli intellettuali cosa possono fare? Possono limitarsi solo a denunciare? La call to action in cosa potrebbe consistere?
“Già denunciare è molto, resta un segnale di disobbedienza civile, è comunque un atto di resistenza. Non soltanto il giornalismo, ma anche i romanzi e le graphic novel possono mandare messaggi molto potenti, perché ci restituiscono il volto umano degli autori, tant’è che i racconti dal basso ci fanno capire meglio l’altro. Una cooperazione tra scrittori, o meglio tra artisti, del Mediterraneo, scambiandoci idee e opere, partecipare a dibattiti e festival, può cambiare la narrazione del mondo, evitando i pericoli suprematisti e paternalisti, insegnandoci ad ascoltare l’altro, entrando in empatia. Il giardino degli intellettuali di un Paese si può arricchire quando c’è il confronto tra quello che viene prodotto, ma non coinvolgendo solo autori che scrivono e parlano ‘di’ un Paese ma autori che scrivono e parlano ‘da’ quel Paese”.
Sei arrivata in Siria, hai ascoltato e poi dato voce agli invisibili. Cosa hai trovato di diverso rispetto alle periferie e ai diseredati italiani, facendo tuo il concetto ‘conosci il tuo villaggio descriverai il mondo’?
“Ci sono i luoghi e gli emarginati, crediamo che ognuno appartenga a un mondo differente, poi però se prendiamo queste fotografie e le scontorniamo ecco che le possiamo ambientare in ogni mondo. E capiamo che non c’è una sola nazione diversa dall’altra”.
Esiste un punto? Una fine da dove si può ricominciare? Per creare una nuova storia della Siria?
“La Siria deve partire dal terreno bagnato di lacrime e sangue. Per andare avanti deve partire da qui ma non si può dimenticare il dolore”.
Il dolore è senza fine o può dopo immani tragedie nascere il fiore della speranza?
“C’è un vecchio detto arabo che dice ‘le montagne di notte sembrano tutte nere, ma quando viene il giorno sono piene di colori e di sfumature’. Sì, la speranza c’è sempre”.
Sezione:
Gian Luca Campagna
Giornalista e scrittore

