
Casa dei fantasmi in Tunisia. Da mito locale a trend on line
I jinn non amano i droni, e men che meno le ruspe. Per decenni, alla periferia di Houmt Souk, è bastato fare il nome di “Dar Djerba” per veder calare il silenzio. La leggenda raccontava di un contadino derubato, di un tesoro sepolto, di uno stregone arrivato dal Marocco e del fantasma di una ragazza vestita di bianco sacrificata agli spiriti. Si parlava di sposi svegliati in mezzo alla strada e di poliziotti messi in fuga da presenze invisibili. Quella che per generazioni è stata la casa più temuta della Tunisia, oggi però deve fare i conti con una realtà molto diversa.
La realtà storica, ricostruita attraverso archivi e testimonianze dirette, è infatti molto più pragmatica e priva di elementi soprannaturali. L’edificio fu costruito nel 1974 e acquistato nel 1983 dalla famiglia di Abdelhamid, che inizialmente vi aprì una attariya, ovvero una bottega di spezie e prodotti aromatici. Negli anni successivi la famiglia si trasferì a Parigi, utilizzando l’immobile soprattutto durante le vacanze. A causa di continui furti, effrazioni e infine della scomparsa dell’uomo incaricato di sorvegliarlo, dal 2011 la grande casa rimase sostanzialmente vuota.
È nel momento dell’abbandono che la struttura si trasforma in un catalizzatore di leggende. Muri scrostati, finestre buie e vegetazione incolta diventarono il materiale perfetto per il folklore locale. Intorno al 2015 comparvero le prime tracce digitali della storia, ma è nel 2017 che su YouTube si consolidò la versione quasi definitiva: il rifiuto di un povero agricoltore di cedere il terreno a un misterioso stregone marocchino avrebbe scatenato la maledizione dei jinn, culminata nel sacrificio della giovane nipote del mago, il cui pianto si udirebbe ancora tra le stanze vuote.
Le varianti del mito sono innumerevoli. Lo scrittore tunisino Ahmed Mahjoub, autore nel 2024 di uno studio sui jinn dell’isola, ha evidenziato come praticamente ogni abitante di Djerba possieda una propria versione personale su Dar Djerba. C’è chi ricorda incendi notturni e chi persone addormentatesi dentro e ritrovatesi all’esterno. La popolarità del sito crebbe a tal punto che, a un certo punto, persino alcune escursioni turistiche avevano cominciato a includere la casa nei loro itinerari.
Il successo della leggenda affonda le radici nel ricco patrimonio immateriale di Djerba, inserita nel 2023 nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO per il suo particolare sistema insediativo. La cultura locale conserva un immaginario popolato dai racconti sugli Ahl Bismillah (“la gente del nome di Dio”, termine usato per evitare di pronunciare direttamente il nome dei jinn) e dalla memoria delle maâmoura, piccole costruzioni a cupola legate alla protezione delle famiglie e al culto dei santi. Una cultura nella quale il confine fra religiosità popolare, memoria familiare e mondo invisibile è stato per generazioni molto sottile.
La digitalizzazione ha poi amplificato questo background. Con l’avvento degli smartphone, la villa è diventata un set gratuito per TikTok, Instagram e YouTube, dove creator e aspiranti ghost hunter entravano di notte registrando rumori e ombre. I numeri testimoniano il fenomeno: un video del 2021 sulla “casa più pericolosa della storia della Tunisia” ha sfiorato il milione di visualizzazioni, traguardo superato da un’altra incursione nel 2024.
A mettere la parola fine, però, non sono stati i jinn, ma i rumori dei visitatori che hanno esasperato i vicini. Ottenuto il permesso comunale, nel marzo 2026 la famiglia ha così fatto demolire la casa. Neppure le ruspe sono riuscite a fermare subito la leggenda: un’interruzione dei lavori alle 10:30 del mattino è stata fotografata e condivisa sui social come la prova che gli spiriti avessero bloccato i mezzi. La spiegazione del proprietario è stata decisamente più comune: gli operai stavano semplicemente facendo colazione.
Oggi la casa più infestata della Tunisia non esiste più e la proprietà vuole piantare ulivi sul terreno. Ma una leggenda capace di resistere a razionalisti, proprietari e ruspe difficilmente si arrenderà a qualche albero. E se davvero a Dar Djerba abitavano dei jinn, dopo cinquant’anni hanno finalmente un problema molto terreno, quello di trovare un nuovo indirizzo.
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