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4 novembre 2026

Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola in un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità. E vogliamo comunicare quello che sentiamo attraverso l’arte, in ogni sua forma ed espressione, perché i popoli del Mediterraneo possano vivere in armonia.

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Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola in un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità. E vogliamo comunicare quello che sentiamo attraverso l’arte, in ogni sua forma ed espressione, perché i popoli del Mediterraneo possano vivere in armonia.

MedOpenMagazineStorieContro dizionario dei migranti. Parole del Mediterraneo dolente

Contro dizionario dei migranti. Parole del Mediterraneo dolente

Sono parole che vengono dal mare. Da quel Mediterraneo che non è nel blu di una cartolina, ma nei fondali, dove i corpi di 18000 persone hanno trovato la morte dal 2014 ad oggi. Due terzi delle oltre 35.600 morte o disperse sulla rotta della speranza. Come non ricordare Lampedusa nel 2013 con 368 morti accertati, 20 dispersi e solo 155 sopravvissuti, o la strage di Cutro , in Calabria, del 26 febbraio 2023: 94 vittime accertate, tra cui 35 minori, oltre ai corpi di bambini molto piccoli trovati per settimane sulle spiagge sospinti dalle correnti.
Ridotti a numeri, o merce anonima da distribuire, il migrante, considerato “invasore” non ha né anima né identità. Ma un’arma ce l’ha: è la parola.
Un mezzo sicuro nella deriva di viaggi che hanno solo un obiettivo: stare al mondo. E se il sabir era la lingua franca del Mediterraneo coniato fin dal Medio Evo per comunicare nei porti, oggi la nuova lingua è nata per difendersi, per comunicare le possibilità di sopravvivenza, per narrare il viaggio, la sua geografia, il rapporto con il potere, l’emergenza, la solidarietà.
Una lingua che non ha un nome ma che l’equipaggio della Tanimar, un collettivo di ricercatori delle università di Genova e Parma che usa la navigazione come metodo etnografico per studiare i movimenti dei migranti, è riuscito a identificare. Così è nato il “Contro Dizionario del Confine” (Ed.Tangerin), un libro che dedica a ogni parola usata da questa umanità invisibile, una spiegazione dettagliata.
“Perché ogni parola ha una storia – spiegano gli autori – questo dizionario ne raccoglie e discute quarantadue, elencate in ordine alfabetico corrispondenti ad alcune parole significative a chi cerca di attraversare il confine italo-tunisino. A chi cerca di sfidare il sempre più violento regime di confine europeo e per questo viene ostacolato, aggredito, criminalizzato”.
Molte quelle che derivano dal francese. Alcuni esempi. Arnaqueur: identifica chi sta tentando una truffa, come falsi viaggi verso l’Europa, vendita di visti contraffatti, l’uso di imbarcazioni sprovviste di un motore adeguato. In questi casi parte l’avis de recherche, un passa parola sui social che permette di individuare il truffatore e che oltre a screditarlo, può far scattare il fakop, una multa per non aver rispettato le regole in una condizione di fuga.
La parola migrante è sostituita da aventurier, per dare l’idea di una viaggio, una fuga dalla miseria. “E’ uno stato dell’anima più che un itinerario – dice uno degli intervistati – prevede anche un pensiero da soldato perché il cammino, si sa , è difficile. Un viaggio è una meta , l’avventura non ha destinazione. E’ la capacità di far fronte all’ignoto”
Una parola uguale per uomini e donne. “Una donna ha più rischi di un uomo – racconta una testimone – io stessa sono stata vittima di violenza sessuale. La donna se non è sostenuta ha bisogno della prostituzione per avanzare nel cammino”.
Il termine più ricorrente che indica l’avercela fatta è Boza. “Ma non è facile. Vuol dire aver vinto, avercela fatta”.
La consapevolezza di dover essere sfruttati e di costituire una risorsa è Or noir. Il riferimento è al colore della pelle, a corpi obbligati a un lavoro malpagato e privo di diritti. “Non è facile trovare una miniera d’oro, ma è facile trovare dei migranti. E’ la tratta. Quando hai un nero, in Tunisia o in Libia è come avere del bestiame. I Libici ti comprano dai soldati tunisini a pochi euro e poi chiedono il riscatto alla tua famiglia . E’ una grande mercato. La vendita di noi migranti è più fruttuosa della vendita della droga”. Dietro ogni parola c’è un mondo. Questo mondo.

*articolo pubblicato anche sul quotidiano La Marseillaise

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