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4 novembre 2026

Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola in un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità. E vogliamo comunicare quello che sentiamo attraverso l’arte, in ogni sua forma ed espressione, perché i popoli del Mediterraneo possano vivere in armonia.

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Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola in un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità. E vogliamo comunicare quello che sentiamo attraverso l’arte, in ogni sua forma ed espressione, perché i popoli del Mediterraneo possano vivere in armonia.

MedOpenMagazineStorieL’incredibile storia della colonia ponzese a La Galita

L’incredibile storia della colonia ponzese a La Galita

Le isole non sono isolate. Una ovvietà nella sua banalità. O, meglio, nella sua autenticità. Le isole costruiscono ideali ponti di collegamento. Fa sorridere questa considerazione: in terraferma, coi rapporti e le relazioni umane consolidate, si innalzano muri per risolvere controversie o per difendere posizioni, sugli scogli alla deriva in mezzo al mare si celebra la voglia dell’uomo di socializzare, partire, interagire. Esplorare. Le storie che sanno di mare profumano di uva, olive e rosmarino. E finanche di basilico, la pianta per eccellenza il cui nome richiama qualcosa di regale. Se le storie che nascono sulle coste dell’Atlantico odorano di un sale solido, aspro fino a costruire leggende su rotte che avevano già oltrepassato naturalmente le colonne d’Ercole, quelle che invece attecchiscono in quello specchio d’acqua che vede l’Italia come una sorta di amo che danza oscillando tra le coste iberiche, balcaniche, greche, maghrebine e asiatiche hanno altri odori, colori, suoni. E sapori. Chi si muove dalle coste galiziane lo fa perché vuole lasciarsi alle spalle un passato ingombrante attraccando in una terra dall’altra parte dell’oceano che poi così straniera non è dato il legame dell’idioma, chi lo fa dalle frastagliate insenature bretoni è sempre mosso da mire imperialiste sinonimo di grandeur, ma chi lo fa dalle coste mediterranee è perché le colonne d’Ercole non sono materiali, non sono piazzate tra Ceuta e Gibilterra, ma sono dentro di te, appartengono a quel senso di inquietudine che ha sempre mosso i pescatori di Ponza, che scorgono nella linea d’orizzonte non un comodo punto di arrivo ma un impulso da superare, perché la fine è solo l’approdo sulla terraferma. Una terraferma che è anch’essa, inevitabilmente un’isola. La gente di Ponza nel tempo ha saputo conquistarsi la vita. Ha convissuto con le anime peggiori del suo simile, ha tollerato le leggi prima borboniche e poi fasciste che indicavano quella terra mediterranea come non un soggiorno per lo spirito ma una punizione per l’anima. Un destino da colonia penale, ecco cos’era l’isola di Ponza.
E nacque dallo spirito ribelle, dal forte senso d’esplorazione e da un innato senso d’inquietudine la volontà del ponzese Antonio D’Arco di riparare a La Galita, isola tunisina selvaggia, in parte disabitata ma non certo inospitale, utilizzata dai pescatori come punto di riparo e di ristoro, dato il numero di sorgenti spontanee di acqua dolce, ma soprattutto come territorio di pesca di aragoste prelibate in mare aperto. Ma andiamo con ordine e raccontiamo questa vicenda che odora di romanzo, profuma di mediterraneità, legandosi alle pieghe della Storia.
A 80 miglia da Capo Teulada, Sardegna, c’è l’arcipelago de La Galite, oggi territorio tunisino, ma dal 1830 terra con su bandiera francese. È attorno alle acque limpide e calde di quello scoglio che è molto attiva la pesca di corallo e di aragoste da parte dei pescatori ponzesi. Abituati a convivere con il necessario, con la vita programmata in stagioni, i pescatori ponzesi partivano dalle calette della propria isola e dopo una bella traversata gettavano l’ancora per poi cominciare la pesca. Fu proprio in quest’isola che decise di stabilirsi Antonio D’Arco, un ponzese in fuga più dall’isola natia che da se stesso. Se gli eroi sono spesso orfani, D’Arco, dopo aver mezzo accoppato per un litigio un confinato, ordina a moglie e ai cinque figli che la vita di domani si chiamerà La Galita, uno scoglio dove né vendette di confinati né di sbirri borbonici potrà mai raggiungerli. E sì che l’isola Antonio D’Arco la conosce bene, già meta di frequenti viaggi con i suoi colleghi marinai, quando spesso riparavano a La Calle, El Kale in algerino, sulla stessa linea di Tabarca, attivo porto tunisino, dopo aver pescato abbondantemente in quelle acque libere, una sorta di mare franco, di mare di nessuno, con le autorità francesi che si bendano entrambi gli occhi. Non si è mai saputo il motivo di questo autentico laissez faire declinato alla pesca tra gli scogli tunisini, forse perché le barche ponzesi portavano il prezioso carico di aragoste fino a Marsiglia e Tolone, imbandendo le tavole della Belle Epoque. Infatti, i ponzesi utilizzano barche a vela con lo scafo forato consentendo così all’acqua del mare di entrare e uscire, mantenendo in salute le aragoste fino all’arrivo sulla Costa Azzurra. O forse è perché i ponzesi non sono mai stati gelosi della loro arte marinaresca, distribuendo il proprio sapere tra le genti di mare, svelando anche i segreti dell’arte della conservazione delle aragoste, che arrivavano freschissime a ogni mercato, compreso quello dalmata e del Dodecaneso.
È su quest’arcipelago battuto dal Maestrale, dalla terra vulcanica e apparentemente inospitale, che D’Arco e poi i ponzesi, ma anche i pescatori di Torre del Greco, trovano una sorta di terra promessa. A 70 km a nord-ovest della città tunisina di Tabarca e a 150 km a sud di Capo Spartivento, in Sardegna, ecco che emerge questo neo scuro in mezzo all’azzurro del Mediterraneo, diviso da 38 km al punto più vicino della terraferma, a sud, Cap Serrat. Certo, l’isola de La Galita è un’isola, non abbraccia grandi spazi, misura 5,4 km di lunghezza da est a ovest e raggiunge i 2,9 km di larghezza a est, per una superficie totale di 7,52 kmq. Quando Antonio D’Arco vi giunge per la prima volta l’isola è disabitata, è il 1843, si salva per miracolo in seguito al naufragio della sua barca. Le preghiere a San Silverio vengono esaudite ben 6 anni dopo, quando una barca siciliana lo trae in salvo e da lì può fare ritorno a Ponza. Ed è così che su quell’isola comincia a battere un cuore ponzese, tanto che diviene occupata stagionalmente dai pescatori che si avventurano a pesca di coralli e aragoste. E sì, perché i fondali sono pescosissimi. Certo, non è facile inerpicarsi per arrivare nell’entroterra, dato che l’isola è circondata da falesie rocciose che raggiungono l’altezza di 200 metri, tanto che il passaggio obbligato insiste attraverso la baia dello Scoglio di Pasqua, nella parte meridionale dell’isola. Ma, dopo aver vinto questa iniziale difficoltà, l’isola si lascia domare e colora gli occhi del visitatore ancora oggi con la sua macchia mediterranea, che esplode coi colori e le sfumature di fiori di cactus, ulivi, viti e fichi, i cui rami ad artigli sembrano graffiare l’azzurro del cielo.
L’arcipelago de La Galite è il punto più avanzato dell’Africa verso l’Europa. La geografia, almeno quella, non muta con lo scorrere del tempo: oltre che l’isola principale contiamo altri cinque isolotti, rocciosi, aspri e scoscesi, senza approdi protetti: ovvero Galiton, con un faro di 14 metri arroccato sulla sua cima e Fauchelle, posti più a ovest che formano, con la Sicilia e la Sardegna, una catena nord-sud del bacino mediterraneo, e i tre isolotti dei cosiddetti Cani, chiamati il Gallo, la Gallina e il Pollastro. Nel 1980, Galitone fu dichiarata riserva naturale integrale per preservare il sito di riproduzione della foca monaca; i galitoni dell’est, soprannominati, appunto, i cani (les chiens.
E torniamo alla nostra avventura con l’Ulisse di casa nostra, che porta la sua Penelope e i figli. Si imbarca di notte, fugge dall’isola, carica la sua barca di polli, capre e sementi più ben sette fucili da caccia. Non si risparmia, novello colono, coltiva la terra e prende dal mare la ricchezza che conosce bene. Chi nasce in mezzo al mare non ha necessità di trovare l’Eden nel Far West o nel Corno d’Africa, sa che la sua naturale destinazione è il Mediterraneo con la sua luce e i suoi colori. Non segue le tappe visionarie di chi per avere la terra la strappa agli altri fratelli, siano essi pellerossa o neri del Negus, siano frutto di sogni colonialisti di individui alla ricerca della terra promessa o di una visione di un’Italia appena unita ma già alla ricerca di una sua ambiziosa collocazione tra i grandi imperi della storia. Antonio D’Arco è uomo di mare. Ma anche di terraferma. Lo scoglio gli occorre per riposarsi dalle fatiche del mare. E il mare lo rigenera dalle fatiche vissute sulla terra. E il Mediterraneo, il cuore delle ‘terre in mezzo’ al mare è la sua destinazione finale. Del resto, è qui che è nata la culla della civiltà, è qui che si è consumato il primo grande terribile omicidio, ancor prima s’era consumato il dramma della sete della conoscenza, con la prima ribelle e anarchica a demolire l’ordine costituito. È sempre qui che nasce il diritto, l’arte si sublima nella forma delle tragedie e delle commedie, esaltandosi negli scambi. È il Mediterraneo, crocevia di popoli, mosaico di genti, che conosce sin dalla sua nascita il prezzo della libertà, prima con la disobbedienza al Creatore, poi con gli scontri feroci tra civiltà, bestiali nell’assenza di pietà per i vinti col sale sparso sulle rovine, poi ancora con gli scambi commerciali.
In queste rotte si inerisce la storia di Antonio D’Arco, che s’incorona re come quell’uomo che lanciatosi sulle orme di Alessandro Magno volle fino alla fine vivere la sua follia di sovrano in un microcosmo sconosciuto come quello del Kaifiristan. Certo, D’Arco non è mosso dall’avidità come i personaggi disegnati da Rudyard Kipling, non utilizza gli espedienti dei bianchi civilizzati per gabbare o sedurre ignari e ignoranti afghani, ma la sua idea è quella di ‘vivere nature’, di pesca e di agricoltura. Finché La Galita diventa una comunità. Certo, man mano che il numero di ponzesi e torresi cresceva divenne necessario imporre regole sociali, lui si traveste anche da giudice, ricordando un po’ quell’eccentrica figura di Roy Bean, che da proprietario di un saloon texano si autoproclamò giudice di pace nella sua contea di Val Verde. Passano gli anni, cede alle donne il rivoluzionario compito di celebrare messa e matrimoni nella civettuola chiesa ‘consacrata’ a San Silverio, lui è impegnato nella politica estera, da una parte protegge la sua terra dal ritorno di fiamma delle mire del Bey di Tunisi e dall’altra si reca di persona col suo bastimento a vela dal ministero degli esteri del Regno d’Italia per perorare la sua causa: rivendicare come italiano quell’arcipelago. Tentativi vani di un visionario, che si bloccano dietro le ferme rivendicazioni franco-tunisine. D’Arco –e con lui il nucleo ponzese- viene cacciato dalla ‘sua’ isola, ma l’allontanamento è solo temporaneo. Volitivo e spregiudicato, come il marinaio esperto che conosce la direzione del vento, sa attendere il momento opportuno, rioccupando l’isola con la strategia della pazienza e della tenacia. In queste circostanze resta formidabile il ritratto che nel 1877 ci lascia un altro personaggio straordinario, il genovese Enrico Alberto d’Albertis (futuro padre dello Yacht Club d’Italia), che a bordo del Violante e del Corsaro, i suoi due cutter, viaggiò nel Mediterraneo, raccogliendo testimonianze uniche, riportate sui suoi numerosi libri di viaggio e soprattutto sul quotidiano più in voga del periodo, il Caffaro di Genova, che puntualmente fissava le sue esperienze uniche per l’epoca.
“Nel 1872 un certo Antonio D’Arco, dell’isola di Ponza e un suo fratello, entrambi ammogliati con figli si stanziarono sull’isola. Essi avevano stabilito la loro abitazione in spaziosa grotta, e dissodati i terreni, circoscritti alcuni campicelli con muricciuoli a secco, li coltivavano a grano, legumi e vite. Alcuni di questi già somministravano prodotti eccellenti, talché si poteva prevedere che il nuovo tentativo sarebbe riuscito, mentre d’altra parte il D’Arco nulla trascurava per divenir capo di numerosa colonia.
Ma il governo del Bey, non so per qual immaginario pericolo, o meglio di quale ubbia, mentre correva il Novembre 1873 spediva colà un vapore, il che è quanto dire tutta la sua flotta e costringeva il Ponzese e la famiglia di lui ad abbandonar l’isola. Però, le nostre autorità consolari, ottennero dal governo tunisino che fosse concessa al Ponzese un’indennità di circa 1.000 piastre, a patto che egli e tutta la sua famiglia rinunziassero al soggiorno dell’isola. Egli acconsentì, ma nascostamente ritornò ai suoi campi e vi rimase fino all’epoca del raccolto che fu abbondantissimo; quindi si ritirò alla Calle e di là tien fissi gli occhi alle sue terre abbandonate, al sogno della sua vita. – E così la Tunisia è salva!”.
Dopo aver cacciato una foca monaca, raccolto, uccelli, piccoli rettili, alghe e insetti da metter sotto spirito per conto del museo civico di Genova di storia naturale, il D’Albertis decide di giocare un brutto scherzo al “Ponzese” e, arrivando nella baia davanti al villaggio, alza bandiera tunisina: “Il lieto successo della mia spedizione zoologica m’aveva messo sì di buon umore che immaginai di fare una burla al pescatore Ponzese che sapevo inviso al Bey di Tunisi. Avvicinandomi alla rada, alzai la bandiera rossa colla mezzaluna e, dato fondo, scesi a terra. Chiamato il Ponzese gli chiesi “ex abrupto” se avea il permesso del Governo Tunisino di pescare nelle acque dell’isola; mi rispose un “sì” impacciato e non seppe presentarmi alcuna carta in prova del suo asserto. Io soggiunsi allora che non gli si poteva più permettere una simile usurpazione e, additandogli la bandiera rossa, gli domandai se non si era accorto che io veniva a sorvegliare l’isola per conto del Bey di Tunisi mio signore. Lo minacciai finalmente di cacciarlo dall’isola se non giustificava la sua presenza con serii documenti. A dar più peso a questi argomenti ci eravamo coperti il capo coi rossi fez tunisini e avevamo messo in batteria il nostro cannone.
Non è a dire se il povero pescatore rimanesse sorpreso e tuttoché stentasse a credermi, andava borbottando tali scuse che perdetti la mia serietà mussulmana, e scoppiando in una gran risata gli dissi: “Veniamo a patti: datemi un barile del vostro vino e il sale che mi abbisogna per conservare la pelle di foca ed io vi lascio tranquillo alle vostre pesche e il Governo non saprà nulla”. Il pescatore che cominciava ad inquietarsi, sbalordito e confuso dalla mia risata, mi promise tutto ciò che desideravo, lietissimo che si trattasse di uno scherzo e nulla più. Per compensarlo della paura provata gli diedi poi tutto il grasso della foca”.
Ed eccola la testimonianza palpitante, autentica, viva di chi su quegli scogli buttati quasi per caso in mezzo al mare capisce che c’è il futuro. “Quando arrivano, non trovano un solo albero. L’isola è ricoperta da una macchia piuttosto bassa, composta da lentischio, rosmarino, ginestra, mirto, un po’ come la macchia corsa, soprattutto grandi cespugli d’erba con foglie molto lunghe, sottili e taglienti. I bei ciuffi hanno foglie lunghe circa due metri. Queste foglie, tagliate, essiccate e battute, fino al termine della Seconda guerra mondiale servivano per fabbricare cordami per la pesca delle aragoste. Come alberi, i primi abitanti piantarono soprattutto fichi, un po’ di carrubi, gelsi, albicocchi, meli, peschi… I terreni sono protetti dal vento e dalla salsedine delle grandi tempeste da sud ovest, da file di palette di Barberia e vicino ad ogni fonte crescono delle canne, usate per confezionare le nasse per la pesca. Quasi metà isola viene dissodata, ad eccezione della parte ovest che non sarà abitata, né coltivata. Meno di dieci anni dopo la venuta delle tre famiglie pionieri: i D’Arco, Mazzella e Vitiello, non ci sono più animali selvatici, tranne alcuni conigli” così un passo del libro ‘L’ile de la Galite’ di Achille Vitiello, che scandisce la vita sull’isola da chi su quello scoglio ci ha vissuto e ha raccolto le testimonianze orali di chi ha fondato quella comunità. Spaccati di vita quotidiana e comune, al di là delle criticità in nome della sopravvivenza: “Non ci sono commercianti sull’isola e a settembre le grotte devono essere ben fornite di grano, legumi secchi, vino, olio e petrolio per essere in grado di attendere la primavera successiva. Durante tutto l’inverno non viene alcuna imbarcazione. In ogni modo non ci saranno mai linee di collegamento regolari con il continente” continua il racconto di Achille Vitiello. E così ecco apparire col duro lavoro la perfezione dei terrazzamenti per le coltivazioni e le case-grotta più confortevoli, fornendo così una preziosa assistenza alle aragostare e alle corallare ponzesi.

Il villaggio cresce nel periodo che va da maggio a settembre, c’è la pesca e il commercio ma poi l’inverno è duro, l’isola è in balia dei venti che sferzano scogli, promontori e rade, l’unica forma di sopravvivenza è rappresentata dalla coltivazione della terra. In verità, appena i ponzesi e i torresi sbarcano sull’isola capiscono che il sostentamento deriva anche dai frutti della terra, così non si risparmiano: nasce la vite –che produce un ottimo vino-, ma vengono piantati anche fichi, meli e peri. Si ara, si semina e si produce, non c’è proprietà privata sull’isola, esiste solo il lavoro. Il punto più alto dell’isola è la Cima grande (Bout de Sommeo Grand sommet), a 391 metri d’altezza, che è sormontato da una torre d’avvistamento gialla, alla quale si accede percorrendo un sentiero roccioso che è l’unica via di comunicazione dell’isola.
Nel 1881, D’Arco resiste a La Galita anche quando l’isola fu data in affitto dalle autorità a un allevatore bretone, che, poco esperto, condusse su quei terreni accidentati le sue mucche, più adatto alle capre e alle pecore. Alla fine ecco il compromesso, la sparuta gendarmeria piazzata sull’isola fa rapporto a Parigi e il governo centrale capisce che l’unico modo per trattare su una terra alla fine di nessuno è quella di inglobare a sé la ’colonia’ ponzese, concedendo la cittadinanza francese. Ovviamente rifiutata.
Eppure da quello scoglio in mezzo al mare, snobbato dai tunisini incapaci di comprendere il reale valore di quei tesori sommersi e la fertilità della terra, ecco emergere la vera ricchezza che permise alla colonia ponzese di dettare legge dalla Costa Azzurra fino alle coste baciate dall’Egeo: le ‘mbrucchielle, cioè le navi-vivaio per le aragoste, per cui i ponzesi diventano da bravi pescatori a scaltri commercianti, vendendo in ogni porto aragoste freschissime. Macché, freschissime. Direi, vive. E già, le ‘mbrucchielle, le navi riprese, se non clonate, dal modello spagnolo. E già, la flotta ponzese è formata da feluche a stive forate, che battevano la rotta Ponza-La Galite, richiamati proprio dai fondali molto pescosi, per poi commerciare in tutto il Mediterraneo.
È stato il maestro elementare e storico locale Ernesto Prudente nel suo prezioso libro “Vocabolario illustrato del dialetto parlato dei pescatori e dai marinai ponziani” a raccogliere dalla viva voce dei testimoni il racconto di come i ponzesi si ispirarono alle navi di trasporto spagnole per commerciare le aragoste. La ‘mbrucchièlle, cioè il burchiello, è un bastimento a vivaio per il trasporto delle aragoste e dei capitoni vivi. In realtà, il burchiello è una piccola barca fluviale adibita al trasporto di passeggeri e merci, mentre appare verosimile che il travaso del suo nome, dal fiume al mare, vada ricercato nella sua forma che gli consente una navigazione tranquilla anche con il mare grosso. “Questo tipo di imbarcazione, come mi raccontava Geppino Vitiello, il cosiddetto Geppino dell’Ave Maria, uno dei più noti marinai della marineria ponziana del secolo scorso, è stata rubata agli spagnoli –scrive Ernesto Prudente-. Raffaele Vitiello fu il primo ponzese, che all’inizio del ventesimo secolo, si trasferì in Sardegna per la pesca delle aragoste. Quando ne accumulava una certa quantità le portava a Genova o a Marsiglia. Le sistemava, in ceste avvolte in foglie di canne, in un cesto che copriva con un telo di iuta che veniva continuamente bagnato. Solo così le aragoste riuscivano a sopravvivere per qualche giorno fuori dall’acqua. Come arrivava a destinazione metteva le aragoste in vasche contenenti acqua di mare. Ma nonostante tutti gli accorgimenti, la mortalità era sempre rilevante. Sul mercato di Marsiglia arrivavano aragoste anche dalla Spagna. Il sistema di trasporto era, all’inizio, identico. Ma, un bel giorno, il Vitiello notò che gli spagnoli scaricavano le aragoste direttamente dalla nave, prelevandole dalla stiva di un bastimento, ancorato in rada. Subito scattò l’allarme nel suo cervello. Ma come era possibile tutto ciò? Il suo primo pensiero, non potendo visitare la barca iberica, fu quello che gli spagnoli avessero riempito la stiva di acqua. Della cosa ne parlò al fratello Erasmo appena mise piede in Sardegna dove lo stesso si trovava con altri familiari sempre per la pesca. Dopo il consulto Erasmo partì per Livorno in cerca di un bastimento da usare, a suo giudizio, come quello spagnolo. La sua attenzione si posò sulla Ida, una goletta di ventidue metri. Si fece dire ogni notizia utile sull’imbarcazione e sul prezzo di vendita. Venne a Ponza per racimolare il danaro necessario che poté raccogliere con una ipoteca su due abitazioni della famiglia. Ritornò a Livorno, con alcuni marinai, che dovevano formare l’equipaggio, e con un carpentiere, che aveva preso a Torre del Greco, per far calafatare l’interno del bastimento per evitare che l’acqua penetrasse, poi, per tutta la nave. Sistemata la calafatura, a Olbia riempirono la stiva d’acqua con un lavoro immane. Per il travaso usarono secchi e bidoni. Caricarono le aragoste e fecero rotta su Marsiglia. Non una tempesta ma “nu poche i màzzeche è spute” li costrinse a ritornare a Olbia. Per poco non affondarono.
Sulle piccole onde, l’acqua contenuta nella stiva si riversava da una murata all’altra, provocando sbandamenti paurosi. Raccontarono di aver visto la morte con gli occhi.
Continuarono il commercio delle aragoste con le ceste. Erasmo si trasferì a Marsiglia, con Gennaro, il calafato che aveva chiuso, con la stoppa e il catrame, le connessure della Ida con la speranza e l’intento di visitare la barca spagnola per vedere come fosse fatta all’interno. Fu una caccia al concorrente. Erasmo fece l’impossibile, ed in questo venne aiutato anche dal grossista a cui entrambi portavano le aragoste, per conoscere il capitano spagnolo e la sua nave. Come lo incontrava lo invitava a bere in una di quelle tante bettole caratteristiche dei bassifondi marsigliesi.
Bevi oggi e bevi domani, l’amicizia si saldò tanto che un giorno il capitano spagnolo sentì il dovere di invitarlo a bordo della sua nave a bere un Calvados. Era quello che aspettava. Come era logico si fece accompagnare da Gennaro. Quando varcarono la murata della barca spagnola Erasmo scese nel quadrato con il capitano mentre Gennaro si mise ad osservare attentamente come era strutturata la nave. Anzi, cacciò il metro dalla tasca e prese pure qualche misura suscitando la reazione furiosa del capitano spagnolo che, salito in coperta per invitarlo a scendere nella saletta, lo aveva notato di soppiatto a prendere misure. Con il buon senso, raccontando tutte le peripezie a cui erano andati incontro e la situazione economica della sua famiglia, Erasmo riuscì a calmare l’ira del collega spagnolo assicurandolo che non avrebbe svelato il segreto. La Ida venne portata a Torre del Greco dove Gennaro, con l’aiuto di altri carpentieri, la sottopose a quelle modifiche che riteneva necessarie per averle viste, notate e annotate sulla barca spagnola. In quella circostanza lo spagnolo svelò anche che, nella stiva piena d’acqua, teneva sistemati una serie di cesti di vimini dove le aragoste si agguantavano per evitare di essere sbatacchiate da una murata all’altra. Quando la Ida, dopo le modifiche, fu messa in acqua risultò molto appruata, un difetto che si è portato dietro fino alla distruzione, nonostante che la sottocoperta della poppa fosse stata riempita con pesanti massi. Nacque così il primo bastimento vivaio, la prima ‘mbrucchiélle, della marineria ponzese.
Nelle prime decade del ‘900 Ponza aveva una flotta di circa venti mbrucchiélle: Ida, Armatore Vitiello; Angelo Raffaele, affondata nella Prima guerra mondiale, armatore Vitiello; Giuseppe D. di Benedetto Feola; Maria G. di Michele Conte e Cristoforo Mazzella; San Giuseppe Padre di Antonio Vitiello (Carròcchje); Santa Filomena di Raffaele e Benedetto Sandolo; San Salvatore di Benedetto e Gennaro Sandolo; San Silverio poi chiamata Vittoria di Aniello Sandolo; San Gennaro di Giuseppe Sandolo; Bellonia di Francesco Sandolo (Ndupitte); Mariù di Gennarino e Silverio Sandolo; Nuova Maria, meglio conosciuta come Porta pesce, di Gennaro Vitiello; San Michele detta ‘a miciose, di Cristoforo Tagliamonte; San Ciro, poi Maria Feola, di Antonio Feola; Narduccio poi Antonio Feola, anch’esso di Antonio Feola; Margherita Luisa di Silverio Russo e Salvatore Romano; Maria della Salvazione di Antonio e Francesco De Luca; Rosalia di Gavino; Fiore del mare di Catello Pagano. La goletta vivaio, scrive Giulio Vitiello, nave rivoluzionaria per sicurezza di navigazione e per la facilità della conservazione dell’aragosta, ha aperto orizzonti più vasti ed ha segnato un nuovo ciclo storico della marineria ponzese”. Tant’è che ancora oggi sull’isola d’Elba vengono utilizzate le barche vivaio per la pesca delle aragoste di origine ponzese.
Ma torniamo a La Galita. La vita nella comunità ponzese procede tra la calma dell’estate e la rigidità dell’inverno, finché nel 1885 la Francia annette la Tunisia sotto il suo protettorato, anche se fino al 1903 non vi sarà spedito nessun rappresentante statale. Infatti, fino a quella data, i galitesi vivono nell’autonomia e nell’indipendenza, fuori da ogni diritto legale e di imposte, che comunque non pagheranno mai direttamente. Così ecco che nel 1903 viene inviato un addetto agli Uffici della dogana e della capitaneria di porto: è giovane e celibe, si chiama “Monsieur Clement”, censisce la popolazione (103 persone) ma presto verrà assorbito dalla ponzesità, fino a convolare a nozze.
E la storia continua. Nel 1903 a La Galite quindi sono censite 103 persone, nel 1927 il governo di Parigi li convince finalmente a prendere la nazionalità francese, nel 1936 contiamo 250 residenti, rifugiatisi lì anche perché antifascisti. La Galite passa indenne alla Grande Guerra, il fronte è lontano, ma nella Seconda guerra gli italiani e i tedeschi stazionano al largo, anche se i galitesi parteggiano per la Francia; certo, l’identità danza sul filo dell’incertezza, così i ponzesi si sentono ancora in parte italiani e assistono i sommergibili reali rifornendoli di acqua, considerata la grande quantità di sorgenti dolci tra le rocce. Ma proprio vent’anni dopo ecco che l’indipendenza tunisina dalla Francia non guarda in faccia nemmeno ai fratelli ponzesi, ormai quasi tutti con passaporto francese.
È un’isola, è terra di confinamento, concetto cui i ponzesi non si scrolleranno per parecchio tempo: Habib Bourguiba, colui che diventò il padre della Patria della Tunisia indipendente, soggiornò sull’isola per 743 giorni, fra il maggio 1952 e il maggio 1954. Eppure lo stesso Bourguiba che su quello scoglio, confinato per la sua attività eversiva, aveva stretto amicizia e riflettuto sulle disgrazie umane e politiche del suo tempo, non concede alla clessidra di far tornare indietro i sentimenti. Quelle isole appartengono alla Tunisia, così i beni dei ponzesi, i terreni coltivati a vite e soprattutto le acque così ricche. È la fine. I ponzesi, costretti a scegliere tra la conversione all’Islam e la fuga, tornano a Ponza, ma altri preferiscono essere accolti da quella Francia così invisa ai tunisini e che nel frattempo è diventata la loro seconda patria.
È il 1955, il governo francese sa già che la Tunisia diventerà indipendente, così invia un geometra, che svolge il suo lavoro in modo certosino e pignolo, misura ogni perimetro e ogni angolo, mette cippi su ogni terreno. La proprietà privata è ballerina sull’isola, che è un’autentica ‘comune’, qualcuno avanza la proposta di restare sotto la bandiera di Parigi con uno stratagemma ma Monsieur Dargent, residente generale di Biserta, spiega che l’isola potrebbe essere sì trasferita sotto la giurisdizione algerina ma a breve anche l’Algeria si renderà indipendente. Sarebbe solo una proroga amara. Così nel 1956 cessa il protettorato francese, arrivano i gendarmi tunisini e cominciano seri problemi di convivenza: la prima azione è la demolizione dell’immensa croce fatta erigere dall’abate Bourbonneau sulla sommità della Montagna della Guardia, però i galitesi la recuperano e la piazzano nella chiesa. Ma è inutile: spesso i gendarmi sparano raffiche di mitragliatrice sopra il villaggio mentre ogni azione, anche la più banale, come la potatura dei vigneti e degli alberi, viene considerata un atto di sabotaggio nei confronti della nascente Tunisia. Ma c’è di peggio: la pesca all’aragosta viene nazionalizzata, tutte le aragoste vengono acquistate direttamente dal governo tunisino che si occupa della vendita. Certo, i pescatori hanno il solo impegno di tenerle in vita nelle grandi casse-vivaio galleggianti, ma quando a un marinaio si toglie la libertà di andare a veleggiare in mare aperto per cercare altri mercati si rischia di spegnere la sua anima.
Il 15 agosto 1957 il presidente Bourguiba viene in pellegrinaggio a La Galita, i galitesi provano a convincerlo di lasciare quella terra in mezzo al mare come un territorio franco, ma l’ex rivoluzionario loro amico è irremovibile. Così, nel 1958 appena terminata la stagione della pesca, i galitesi si imbarcano ed espatriano. A La Galita resta una sola barca francese, il Saint Joseph, che appartiene a Jaques e Joseph D’Arco, ma alla fine anche loro, nell’ottobre del 1958, partono e toccano la Francia. I più tenaci e coraggiosi tentano di resistere agli eventi, sentono che le proprie radici sono lì, a La Galite, e non sulla terraferma, ma negli anni ’80 gli ultimi galitesi fanno le valigie e raggiungono la costa francese. E così, alcuni gruppi familiari si stabiliscono a Sanary, altri a Tolone, a Marsiglia e poi a Lavandau, dove ancora oggi si conta una folta comunità di origine ponzese. O meglio, galitese.
Oggi l’isola è zona militare, stabilmente presidiata da una guarnigione che alloggia nei ruderi delle case costruite dai ponzesi. È ancora presente in cima alla sella tra i due monti dell’isola il piccolo cimitero con le foto sbiadite dei coloni.

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