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7 novembre 2026

Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola in un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità. E vogliamo comunicare quello che sentiamo attraverso l’arte, in ogni sua forma ed espressione, perché i popoli del Mediterraneo possano vivere in armonia.

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Il silenzio non è un esercizio di stile, ma è complicità. Vogliamo prenderci la parola in un mondo che ha perduto il valore più importante: l’umanità. E vogliamo comunicare quello che sentiamo attraverso l’arte, in ogni sua forma ed espressione, perché i popoli del Mediterraneo possano vivere in armonia.

MedOpenMagazineNewsLa lunga notte di Leila Slimani

La lunga notte di Leila Slimani

“La notte, il luogo in cui le utopie assumono un che di possibile, in cui il reale e le cose banali sembrano non poter più asservirci. La notte, paese dei sogni in cui scopriamo di accogliere, nel segreto del nostro cuore, una pluralità di voci e un’infinità di mondi”.

E’ la notte di Leila Slimani, autrice marocchina, premio Goncourt nel 2016, con il suo secondo romanzo “Ninna nanna”, una delle voci più autentiche nel panorama letterario internazionale che definirei mediterraneo di genere.

Slimani nel suo romanzo edito in Italia da “La nave di Teseo”, “Il profumo che i fiori hanno di notte” (traduzione di Anna D’Elia), racconta la sua di notte, a Venezia, nel museo Punta della Dogana. Un’idea della sua editrice, che inizialmente l’autrice non aveva accolto di buon grado, ma che accettò come una prova di dialogo intimo con se stessa, in uno spazio dominato dal dire dell’arte.

Una notte in cui Slimani non può esimersi dal dover affrontare il tema della scrittura come necessità. Lo fa attraverso un suo percorso da soggetto permanentemente in transito per chi, come lei, nel suo paese è un corpo estraneo per l’essere troppo occidentale, mentre  in Francia, dove vive, avverte costantemente la questione delle origini. Dove allo straniero non si usa chiedere “di dove sei”? Piuttosto “che origini hai?”. Sfumature linguistiche in cui Slimani si sofferma afferrando i pensieri che si rincorrono in un’altalena di  sentimenti contrastanti, contraddittori.

Nel romanzo racconta come, partendo dal dolore per la morte di suo padre usò la scrittura come “atto riparatore”. “Legato a un’ingiustizia – scrive l’autrice  – perché volevo riparare tutte le infamie: quelle legate alla mia famiglia  ma anche al mio popolo e al mio sesso”.

Nella notte dei pensieri vagabondi trascorsa nel museo Punta della Dogana, la Slimani non evita riflessioni sul colonialismo che avverte come un’anomalia in cui l’identità viene rinchiusa e costretta.  A cui si contrappone quel desiderio di occidente che accomuna le donne rinchiuse negli harem come i giovani che sognano un altrove in una condizione di debolezza.

“Può sembrare un paradosso, ma ho l’impressione che si possa abitare un luogo solo se si ha la possibilità di lasciarlo, di andar via. Abitare è l’esatto contrario della prigionia, della forzata immobilità, dell’inerzia”.

E’ nella casa delle parole il luogo – non luogo di Leila Slimani. Dove avverte un’identità stabile. Dove le cicatrici dell’anima affiorano anche se fuori è tempesta. Perché scrivere è il primo atto di disobbedienza con noi stessi che ci cura. Come disse Marguerite Duras “Tutto questo non farà soffrire quando sarà in un libro …”.

La potenza delle parole, in una magica notte a Venezia. Nella solitudine dispersa in uno spazio dove la bellezza è dea dell’umanità. Mentre fuori, all’alba, il mondo riprende  la sua marcia inesorabile.

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